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STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"
"Ordine
dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"
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Riflessione sulla Regola
Pagina realizzata da padre Nicola
Sozzi O.Carm.
Obsequio Jhesu Christi
Sommario:
1. Divisione della
regola carmelitana;
2 l’ossequio come
“patto”; 2.1. Relazione; 2.2. chi è il carmelitano?; 2.3. Finalità;
2.4. Prescrizioni
1.
Divisione della Regola Carmelitana
Questa
piccola frase che si trova nel prologo della regola carmelitana
descrive molto bene l’ideale di vita di ogni cristiano. Questo
ideale di sequela, l’ossequio di Gesù Cristo, si presenta
evidentemente con l’esigenza di concretizzarsi in ogni circostanza e
in ogni tempo. Molti sono i modi e le maniere con i quali realizzare
questo ossequio regola Carmelitana, 2 (da qui in avanti
Regola Carmelitana si cita RC), ma la regola carmelitana ne
traccia uno tutto suo. Tutta la regola si può suddividere in due
parti tra loro diseguali: la prima, RC 1-3 inquadra l’essenza
del proposito. La seconda da “statuimus” in poi RC
4-24 declina il modo di organizzare la vita cosi come la prima
comunità carmelitana stava vivendo. Obsquio Ihesu Christi si
trova nella prima parte della regola e ne rappresenta l’ideale più
profondo. È un ideale universale tutto da incarnare. Per dirla in
termini cari al lessico del viandante: l’ossequio di Gesù è il luogo
più distante e desiderato da raggiungere che si sposta sempre più
in là come l’estremo orizzonte per il pellegrino. Il nostro
studio tratterà di penetrarne in profondità il valore e il
significato. L’augurio è che tutti i carmelitani possano vivere
questa esperienza di sequela. Tutti i carmelitani vi sono chiamati,
sia che appartengano a culture diverse sia che appartengano ad
epoche diversamente distese nel tempo.
2.
l’ossequio come patto
Il
significato originario della frase per il carmelitano non deriva
dalla sola scrittura, ma anche dall’orizzonte di significato entro
cui i primi padri lo capivano: per loro l’ossequio di Gesu Cristo
e’ unito al concetto biblico di patto. Questo concetto
esprime l’atto giuridico bilaterale mediante cui due parti diseguali
si accordano per assicurarsi: un servizio e una sicurezza. Come il
Signore concedeva al servo sicurezza di vita nel proprio territorio
in cambio di una prestazione; così Gesù Cristo concede la grazia al
carmelitano che si impegna a vivere senza sosta i termini
stipulati e contenuti nel contratto per aspirare alla carità
perfetta. Quattro sono gli aspetti da segnalare in questo patto
carmelitano:
1.
la
relazione tra i contraenti,
2.
Chi è
il
carmelitano,
3.
la
prescrizione dei contenuti,
4.
le
finalità che si intendono perseguire.
2.1.
Relazione
In primo
luogo il concetto medievale di “patto-ossequio” con il suo valore
relazionale chiama il contraente a curare un rapporto di amicizia
con Gesù. Il patto lega tra loro due persone. I voti o i consigli
evangelici sono una ulteriore espressione di tale relazione ma nel
caso tipicamente carmelitano la relazione è vissuta come un rapporto
di amicizia amorosa (l’orazione di S.
Teresa di Avila,
vita 8, ) o come un rapporto di scambio tra due intimità (lo
scambio del cuore, S.
Maria Maddalena dei pazzi,
Quaranta Giorni, 98). Patto nella tipica visione carmelitana
significa perciò relazione intima e amicale con Dio.
2.2. Chi
è il carmelitano?
Pur
nella sua dimensione comunitaria l’ossequio è un atto della singola
persona. È la singola persona che si deve impegnare a vivere tale
valore. Ma chi è il carmelitano? Un eremita? (RC 1) Un fratello? (RC
5) Un monaco? (RC 10). La regola afferma: “Molte volte e in
diversi mordi i santi Padri hanno indicato come ogni-uno” cioè
di ogni singola persona, “debba vivere in ossequio di Gesù Cristo”,
per indicarci appunto la dimensione personale di tali indicazione.
Filippo Ribot,
nella Istitutio primorum monacorum, approfondiva il tema
dell’identità carmelitana dalla prospettiva del“monos-achos”
inteso come “singolo piangente”. Il carmelitano sarebbe un eremita
che sta in compagnia con il peccato (proprio e altrui) per piangerlo
e confessarlo davanti a Dio. Tutto questo sottolinea la dimensione
penitenziale certamente presente nella esperienza carismatica
carmelitana. Però non dovremmo dimenticare che il termine “ogni-uno”
si può intendere anche come monos-koinos cioè come “singolo
comunionale”. In questo caso la dimensione eremitica si lega
profondamente a quella fraterna. “come ogni-singolo debba
vivere...” declina un’esperienza che oscilla tra la solitudine
dell’eremita e la fraternità del mendicante. Il carmelitano non e’
ne un eremita puro, ne un mendicante puro. Il carmelitano vive
un’esperienza di comunione fraterna a partire dalla profondità
intima e solitaria del suo essere solo a solo con colui verso il
quale stringe questa alleanza.
2.3.
Finalità
Il
patto-ossequio inoltre presenta delle finalità ben precise.
Possedere un legame con un così grande Signore pone il Carmelitano
in una situazione di stabilità e di sicurezza. Cristo è la roccia,
il punto di riferimento del Carmelitano. Il patto è bilaterale, cioè
contratto tra due persone, ma è diseguale per valore e dignità. Il
carmelitano cambia, Gesù è sempre lo stesso, il carmelitano è
instabile, Gesù è fermo; il carmelitano vacilla, Gesù è saldo. Gesù
è l’amèn del Carmelitano; è tutta la sua ragion d’essere, la
sua speranza. È da notare che il termine ebraico amèn indica:
fede, sicurezza e stabilità. Con questo patto il carmelitano cammina
nella certezza non perché egli sia stabile e fermo, ma perché è
degno di fede colui al quale si lega. Il carmelitano fa lega con
Gesù per ricevere la grazia con lo scopo di ottenere Gesù che è
fermezza, sicurezza di vita e benedizione.
2.4.
Prescrizione
Ogni
patto prescrive alcuni impegni o contenuti da osservare perché
l’accordo rimanga valido. Nel caso dell’ossequio carmelitano si
richiede al fratello eremita di osservare con fedeltà alcuni valori.
Il Signore si impegna a vivere un rapporto di grazia con Lui. Grazia
che poco a poco lo trasforma, a “patto” che il carmelitano viva
con Cuore puro e buona coscienza. Tutto quello che deve
osservare consiste nel coltivare la sua interiorità: pensieri,
sentimenti, parole e azioni. È da notare come la clausola che doveva
favorire il Signore in realtà favorisce il Servo. È come se il
Signore dicesse: io mi impegno a farti la grazia, ma tu in cambio
fai del bene a te stesso. Tutto questo solo Dio, che amore,
poteva concepirlo.
3. Un
ossequio tutto interiore
Naturalmente i primi carmelitani approfondirono il concetto di
ossequio anche alla luce della parola di Dio meditata e pregata
giorno e notte (RC 10). Il testo originale della Regola scritta da
S. Alberto riporta Obsequio Jhesu Christi. Il testo bíblico
di riferimento e’ il testo latino di S. Girolamo. Il termine latino
obsequio cosa traduce? cosa significa? S. Girolamo quando
trova il termine greco “akuo” traduce con “audiunt”
che significa ascoltare. Dove trova il termine “yp-akuo”
traduce quasi sempre il latino “oboedientia” che significa
Obbedienza. Molti odono la predicazione “Audiunt” (Rom
10, 13-16), ma non tutti aderiscono alla fede “oboedientia”;
significa che il binomio akouo\audiunt viene capito come
annuncio oggettivo, come proposta, mentre l’altro binomio
yp-akuo\ob-oedientia, viene inteso come assenso soggettivo, cioè
come risposta intima e personale.
3.1 Ma
bisogna precisare.
C’è un
caso in cui “ypakuo” che dovrebbe tradurre obbedienza
viene tradotto con “Obsequio”. Il termine perciò è più vicino
al concetto di obbedienza che al concetto di alleanza. Bisogna dire
però che obbedienza e alleanza sono termini che hanno una profonda
relazione in quanto l’alleanza si basa sull’obbedienza delle parti
che si eleggono a vicenda e fedelmente si rispettano. Tuttavia non
sono la stessa cosa. Inoltre il significato del termine obsequio
dal punto di vista biblico è molto interessante perchè viene
tradotto ora con Ypakoe obbedienza (2 Cor 10, 5), ora
“latreia” (Rom 12, 1) che significa culto. L’intento
adesso è più chiaro: S. Alberto di Gerusalemme non ha usato il
termine oboedientia ma obsequio per aggiungere alla dimensione
interiore di assenso obbedienziale anche la dimensione teologica del
culto in spirito.
Dal
culto alla vita
Il
regime di questo rapporto è tutto interiore e spirituale. Il culto
per natura sua mette in contatto Dio con l’uomo. Questo contatto
interiore è profondo e vitale. S. Paolo parla di Alleanza Nuova
scritta con sangue di Gesù dentro i cuori dei fedeli (Cfr. 2 Cor 3).
Nel cuore lo spirito Santo illumina la persona per renderla di luce
in luce sempre più simile a Cristo (2 Cor 3, 18). Dio che inibita
l’uomo con il battesimo mediante la cooperazione umana gli partecipa
le sue energie increate. Come da una sorgente intima nasce la
capacità di vivere la modalità di vita che da “statuimus” in
poi S. Alberto di Gerusalemme prescriverà ai carmelitani. Per cui la
modalità di vita carmelitana non ha solo un aspetto giuridico
operativo “devi fare” ma più profondamente presenta una
dimensione carismatica “puoi fare” per cui il carmelitano è
posto in grado di vivere la sua vocazione.
In
sintesi
·
Akouo:
traduce ASCOLTO; si riferisce all’ascolto oggettivo, sonoro, causato
dalla lettura della PAROLA o dall’ascolto della PREDICAZIONE.
·
Yp-akouo:
quasi sempre traduce OBBEDIENZA, generalmente si riferisce
all’assenso soggettivo dell’annuncio, accolto col cuore.
·
Yp-akouo:
una volta viene tradotto con OSSEQUIO (2 Cor 15, 10) che in altre
parti traduce LATREIA (Rom 12, 1). Percio aggiunge all’assenso
soggettivo dell’obbedienza l’intenzione di offrire a Dio lo stesso
culto spirituale di Gesu Cristo.