STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"

"Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"

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“NON TEMERE, PERCHE’ IO SONO CON TE”

fra Giovanni Frusteri racconta perché ha deciso di indossare l’abito carmelitano

 

            L’abito è nuovo di zecca. Nessuna traccia di usura. Le maniche coprono appena i polsi, senza celare le mani. Un odore di sandalo stuzzica l’olfatto. Avete mai visto l’abito di un frate appena “sfornato”? Non fatevi ingannare da chi ripete, magari per paura di poter dare ragione di sé, l’abito non fa il monaco, perché a volte l’abito lo fa e come il monaco. La corporeità, se in sodalizio con la spiritualità, può essere il riflesso esterno dell’interiorità. E la tonaca è il miglior riflesso di quello che siamo, pardon di quello a cui tendiamo. Un abito, così come chi lo indossa, a volte, può perdere l’elasticità, lucentezza, vigore. Ma la tonaca fresca, ancora ben stirata, di Giovanni Frusteri, 23 anni, emana una certa solennità. Lui rimane composto sulla sua poltrona per tutto il tempo, alternando alla voce placata una gestualità appena accennata. Una tranquillità insospettabile in una figura imponente e in un viso gioioso da cui la vitalità sembra dover esplodere da un momento all’altro. Scaviamo nella sua storia, adagiamoci sui risvolti del suo saio e testimone la tenuta.

            Con lui cominciamo da una data: 1 ottobre 2005. Il giorno della sua professione temporanea nell’Ordine Carmelitano. “Nel fare la consacrazione a Dio e all’Ordine, ho pesato molto le parole e alla fine ho pianto. Sentire questo Dio che, come un padre, mi ha messo in ginocchio e mi ha rivestito dell’abito carmelitano. Una commozione scaturita dalla consapevolezza di star facendo dono a Dio della mia vita. C’è stato un trasporto generale dei presenti, colpiti dalla serenità del mio volto tra le lacrime. Ero in continua preghiera: ho chiesto a Dio di aiutarmi ad essergli fedele, a far la Sua volontà e a non cercare il mio tornaconto, anche come religioso. Per la cerimonia ho scelto il Santuario”. Lì, dove il Signore con lui ha scritto la parola Inizio. “La vocazione è cresciuta con me sin da piccolo. Tant’è che i miei genitori hanno detto <<Giovanni ci ha preparati lungo gli anni>>. Il Signore da “pedagogo”, come fra Giovanni ama definirLo, lo ha preparato passo dopo passo, sin dall’infanzia, servendosi, come lui stesso racconta, di sua nonna. “La mia vocazione al Carmelo è nata grazie a lei. Ogni sabato mi portava al Santuario e mi ha trasmesso i rudimenti della fede, iniziandomi alla preghiera del rosario e alla processione. Le ero molto legato”. La nonna è stata per lui una guida, e continua ad esserlo anche ora che non c’è più. “Il giorno dei voti temporanei, una compagna di mia nonna è venuta dritta da me e mi ha detto: <<Tua nonna era in Chiesa con te: ne ho sentito la presenza>>. E, durante la vestizione, senza volerlo, mi sono inginocchiato nell’inginocchiatoio su cui mia nonna il sabato recitava il rosario”. Da lì la decisione di abbracciare la spiritualità carmelitana e la devozione a Maria. “Per il carmelitano, Maria è modello del servizio. Tito Brandsma, nostro martire nei campi di concentramento, diceva che Maria è più grande come discepola che come Madre di Dio, perché come discepola possiamo imitarla. Ed io aspiro a vivere all’ombra di Maria per seguire Cristo secondo l’esempio di S. Alberto, carmelitano trapanese”. Una figura curiosa è quella di Giovanni: cita a mena dito i passi della Bibbia, e, detto da chi lo conosce, ha una passione per i santi e per le festività a loro dedicate. Così, ad esempio, ricorre all’espressione di S. Giovanni della Croce Alle falde del monte Carmelo per spiegare che non si è mai arrivati, ma che il cammino verso Dio è un continua tendere. Ancora menziona S. Teresa d’Avila per dire che si può trasformare la propria vita in una continua preghiera. Per ricordare che la strada della conversione è scomoda, richiama le parole del profeta Isaia: Figlio, se ti presenti per seguire il Signore, preparati alla tentazione, abbi un cuore retto e sii costante. Non ti smarrire. Una conoscenza non esibita, ma vissuta; di chi ha fatto della Parola di Dio esperienza di vita nella quotidianità. E da quest’esperienza è stato provato: nella lontananza dalla famiglia per i due anni di postulato svolti ad Albano Laziale e per quello di noviziato in Spagna; nel dover purificare l’attaccamento ai “beni della terra e del cielo”, nell’accettare la propria storia.. “Come a Israele nel deserto, il Signore in quest’anno di noviziato mi ha fatto scendere nella mia miseria, rendendomi consapevole della mia pochezza. Penso che la vera umiltà sia rendermi conto di ciò che sono e che da solo non posso far nulla. Dio mi ha dato di avere uno sguardo contemplativo per guardare con occhi diversi la realtà e vedere come ogni giorno nelle righe storte della vita Lui entra e mi guida. Così mia ha consentito anche di riappacificarmi con la mia storia che non accettavo e di rileggerla non affettivamente come una piaga dolorosa, ma con gli occhi della fede. Tanti mi hanno scoraggiato in questa scelta. Però, ho lasciato fare a Dio e non a chi ha deciso per me in altri casi”. Ma c’è spazio per i dubbi? “Ce n’è uno che mi assale sempre: sono io che ho voluto vestire l’abito con la mia testardaggine o è il Signore che lo ha voluto? E ogni giorno Dio, per mezzo di un avvenimento, mi dà una risposta. Perciò come frase dell’immaginetta per la mia professione ho scelto quella di Isaia: <<Non temere, perché io sono con te”>>. Una frase ripetuta spesso dell’Antico Testamento e che mi dà forza”. E alla domanda Ti senti più Paolo sulla via di Damasco o Pietro? ha un attimo d’esitazione, poi risponde: “Entrambi. S. Paolo perché sono bisognoso di conversione e di una folgorazione per cambiare rotta, S. Pietro perché il Signore ha scelto questa mia fede povera per portare al mondo una testimonianza che non è la mia”. E ai giovani chiamati come lui, consiglia: “Abbandonatevi a Dio come un bimbo svezzato tra le braccia della madre. Sono stato tradito da tanti che reputavo amici, ma Dio l’ho trovato sempre con me. Non fuggite dai vostri problemi, come spesso i ragazzi fanno. Cristo è la chiave per aprire la porta del dolore che è in noi, senza più disperarsi. Come diceva Giovanni Paolo II, <<Aprite anzi, spalancate le porte a cristo>>. E’ un po’ come l’immagine di una battuta di caccia. Se i cani non distolgono lo sguardo dalla preda che inseguono, la prenderanno. Se, invece, uno di loro comincia a guardare gli altri che corrono è sicuro che si fermerà”. la preda di Giovanni è Dio, e continuerà a inseguirla anche negli anni che trascorrerà nella comunità carmelitana di S. Martino ai Monti a Roma. E se parliamo del futuro? Lui rimette la mano nel taschino della tonaca, ed estrae un’altra immaginetta della professione. “raffigura Gesù che porta la Croce e i frati che lo seguono ognuno con la propria. Io mi carico della mia e vado dietro a Gesù”. E’ passata ormai un’ora, ma la tonaca di fra Giovanni è ancora impeccabile. Ha il fascino particolare di chi ha ricevuto il tocco di Dio che zittisce il chiasso del non amore. E sembra sussurrarlo anche il fruscio dell’abito mentre si alza in piedi per salutare. “Ho fatto un atto di fede”, continua a ripetere tra sé.

 

A. Vella,

Intervista fatta a fra Giovanni Frusteri

per il bollettino parrocchiale della parrocchia Cristo Re di Trapani.

Anno II, Nr. 17, Ottobre 2005