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STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"
"Ordine
dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"
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Giovanni della Croce (1542 – 1591)
II parte: L’insegnamento di Giovanni
della Croce
Unione con Dio
«Quando l’anima fa spazio, cioè elimina in sé ogni
ombra e macchia di cosa creata, tenendo la volontà perfettamente unita a
quella di Dio – perché amare vuol dire cercare di spogliarsi e privarsi
per Dio di tutto ciò che non è lui –, viene immediatamente illuminata e
trasformata in Dio. Questi, allora, le comunica il suo essere
soprannaturale, in modo che quella sembra Dio stesso e possiede ciò che
possiede Dio. L’unione che s’instaura, quando Dio concede all’anima tale
grazia soprannaturale, produce una trasformazione partecipativa tale che
tutte le cose di Dio e l’anima costituiscono una sola cosa. L’anima
assomiglia più a Dio che a se stessa, addirittura è Dio per
partecipazione. È pur vero, però, che il suo essere, anche se trasformato,
resta per natura distinto da Dio come prima; proprio come la vetrata che,
pur essendo illuminata dal raggio di sole, ne rimane pur sempre distinta».
In questo
passo Giovanni della Croce è esplicito sull’unione con Dio. Sebbene la
Fiamma Viva e il Cantico Spirituale (entrambe espressioni della
sua esperienza) descrivano questo stato di perfezione, questo testo di II
Salita 5, 7 presenta sia la via all’unione sia lo stato
trasformato. Cinque elementi possono essere identificati: la vetrata è
un’entità separata; quando è sporca è coperta di “macchie e sbavature”;
quando la “spoliazione” ha avuto luogo è come se il vetro non ci fosse
affatto; quando la luce del sole risplende attraverso il vetro diventa
quasi invisibile e così vetro e visione appaiono un tutt’uno. Dobbiamo
essere vetri chiari, trasformati dal Dio d’amore che ci illumina. “Macchie
e sbavature” appaiono come il nostro attaccamento a ciò che non è Luce.
Questo è compito dell’amore: spogliare e privare l’ego di tutto ciò che
non è Dio. Nell’unione non c’è più nessun ostacolo fra Dio e chi sono io
realmente. Sono stato creato ad immagine di Dio ed ora io sono realmente
un riflesso di Dio, mio creatore.
L’unione non
è una sorta di gioco o pseudo battaglia spirituale, è l’arrivo alla
bellezza della creatura che Dio vede in me. È
la verità che ci rende liberi. Giovanni ci invita per questo ad andare
profondamente nella realtà delle nostre vite, intraprendendo la grande
avventura e salendo la montagna del Signore. Il tema del primo libro della
Salita è quello della cima della montagna e della via per
giungervi. Lì giunti noi ci troveremo trasfigurati senza aver perso la
nostra identità. La volontà di Dio è la nostra volontà e veramente il
Signore è la nostra gioia. Eliminata l’irrealtà del nostro egocentrismo,
non ci sono più barriere: attraverso l’amore viviamo in Cristo ma è lui
che vive in noi. La notte è oscura, perché si possa raggiungere il
traguardo dell’unione: è un viaggio fatto nella fede. Siamo ricercatori,
esploratori, avventurieri nella realtà interiore, “la caverna profonda”. I
due estremi del tutto (todo) e del nulla (nada) sono uniti
in quest’esperienza. Non possiamo parlare del nulla senza parlare del
tutto di Dio. Giovanni parla di quest’unione come di un matrimonio
spirituale. Croce e risurrezione sono un unicum. È il matrimonio
dell’agnello di Dio.
«Questa è la notte
in cui hai vinto le tenebre del peccato
con lo splendore della colonna di fuoco.
Questa è la
notte
in cui
Cristo, spezzando i vincoli della morte,
risorge vincitore dal sepolcro».
Nel secondo
libro della Salita, cap. 17, Giovanni si rivolge a coloro che
iniziano la salita. La descrive come uno “stato inferiore”. Qui Giovanni
insegna il «razionale dietro l’insegnamento sulla conoscenza, entrambe
ricevute attraverso i sensi (capp. 11-16) e direttamente dall’intelletto
(capp. 23-32). Spiega i principi secondo i quali Dio conduce gli individui
con la loro collaborazione e mostra quanto l’elemento passivo sia presente
proprio dall’inizio della vita spirituale».
Il Signore è premuroso con noi e preoccupato del nostro stato reale e
della nostra capacità di andare avanti.
«Secondo
questi principi fondamentali è, quindi, chiaro che Dio, per muovere ed
elevare l’anima dal limite estremo della sua bassezza al vertice sublime
della sua grandezza nell’unione con lui, lo fa con ordine, con soavità e
secondo la natura di quest’anima. Ora, poiché l’ordine seguito dalle
persone nella conoscenza passa attraverso le forme e le immagini delle
cose create, e il modo di conoscere e di apprendere passa attraverso i
sensi, Dio per elevare l’anima alla somma conoscenza deve, agendo con
soavità, cominciare a muoverla dall’estrema bassezza dei sensi ed
elevarla, secondo la sua natura, verso l’altro estremo, quello della
sapienza spirituale, che non cade sotto i sensi. Per questo Dio la eleva
pian piano, prima istruendola per mezzo di forme, immagini e cose
sensibili, sia naturali che soprannaturali, conformi al suo modo di
apprendere, e poi attraverso meditazioni discorsive, fino a portarla alla
somma grandezza del suo spirito».
Come detto
nella prima parte della mia presentazione, i primi due “veli” sono di
purificazione e il terzo, “il velo della vita”, è l’ingresso nella stessa
unione. In ciascuno dei livelli di purificazione c’è movimento dai nostri
sforzi verso l’apertura dell’attività di Dio. Il vero contemplativo è uno
la cui vita è vissuta in presenza di Dio, pronto a ricevere ciò che è già
lì. Iniziamo a conoscere Gesù Cristo quando il processo è completo e
l’unione è sperimentata.
Preghiera
La
contemplazione è il cammino reale per la trasformazione nel Cristo. La
conoscenza del Cristo ci pone in cammino. La meditazione della parola ci
apre la porta verso un sincero discernimento e ci permette di liberarci da
ciò che non è Dio. Questo è espresso a volte come “Cristogenesi”, la
nascita del Cristo in noi. E perciò la preghiera è centrale nella crescita
spirituale perché ci permette di “porci nel Cristo”. A proposito della
relazione fra noi e il Signore, Teresa usa il termina “amicizia” per
sottolineare il partecipato rapporto orante con Dio e fra i membri della
sua comunità. Le relazioni mature cambiano e si approfondiscono. Lo stesso
ci dice Giovanni a proposito della relazione con il Signore.
Se le
“macchie e sbavature” devono svanire, allora tutto ciò che ci tiene
prigionieri deve essere affrontato sinceramente, sempre attenti al fatto
che i nostri attaccamenti possono essere quasi impercettibili e ci tengono
tuttavia legati.
«Poco importa che un uccello sia legato a un filo sottile o grosso; anche
se sottile, finché sarà legato, è come se fosse grosso, perché non gli
consentirà di volare. È vero che è più facile spezzare il filo sottile; ma
anche se facile, finché non lo spezza, non vola. Così accade all’anima che
è attaccata a qualcosa: anche se possiede molte virtù, non arriverà mai
alla libertà dell’unione divina».
Giovanni ci invita a meditare sulla
Parola: è il processo di interiorizzazione. Giovanni la definisce una
“riflessione discorsiva” usando l’immaginazione.
«In primo
luogo, occorre coltivare un costante desiderio d’imitare Cristo in ogni
azione, conformandosi alla sua vita, sulla quale bisogna riflettere per
saperla imitare e per comportarsi come lui si comporterebbe».
Questo è un testo importante dal momento
che rivela l’opera della notte attiva dei sensi. Infatti la notte attiva
riguarda l’intera battaglia da parte nostra, coinvolge ascetismo,
preghiera e disponibilità verso una nuova vita. È un movimento di graduale
cambiamento della vita: la relazione con il Cristo è, così, stabilita. Le
immagini scritturistiche e i pensieri sono interiorizzati come parte della
nostra vita. Molti delle immagini e dei pensieri di Giovanni partono dalla
sua conoscenza, diretta e indiretta, delle Scritture.
Questa meditazione discorsiva non può
essere evitata, così come alcuni scrittori contemporanei di spiritualità
vorrebbero.
Sappiano che la regola generale della lectio divina è quella di
stare il più a lungo possibile nella fase della meditatio. La
chiave per un’autentica meditazione non è di forzare, ma di permettere
alla contemplazione di emergere. Giovanni è il grande maestro del pacifico
movimento dalla meditazione alla contemplazione. È un momento difficile al
quale Giovanni si indirizza nella Notte Oscura 1/8. Crea confusione
il fatto che la preghiera spesso sia segnata da aridità, distrazione,
mancanza di consolazione. Giovanni impiega buona parte della sua vita come
guida spirituale per gli altri e, di conseguenza, i suoi insegnamenti su
questi momenti sensibili sono molto importanti per noi. Per Giovanni, il
Cristo è il più grande maestro e guida spirituale. Denis Graviss nella sua
tesi dottorale intitolata «Ritratto del Direttore Spirituale negli
scritti di san Giovanni della Croce», afferma che Giovanni «non ha mai
scritto sull’ideale direttore spirituale, ma da quando il suo principale
ministero è stato il cammino della vita spirituale molti suggerimenti sono
forniti nei suoi scritti che ci guidano in merito ad un’istruzione
realistica dell’ideale direttore spirituale».
Kevin Culligan, mutuando le buone qualità di un direttore spirituale da
Carl Rogers, nota che gli insegnamenti giovannei sono come riflesso delle
tre qualità contemporanee di genuinità, cura e comprensione.
Il Carmelo parla dall’esperienza di
preghiera. La contemplazione è un dono che proviene dal silenzio al di là
delle parole. Il meditare giorno e notte richiede un’attenzione amorevole:
la meditazione attiva si muove verso il momento di quiete contemplativa,
quando l’oscurità è illuminata attraverso il processo di pruficazione.
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8).
I Veli
Usando la terminologia di Giovanni,
specificatamente quella dei veli, il viaggio spirituale è gradualmente
purificato e trasformato attraverso differenti livelli di crescita.
Inizialmente, nel viaggio della vita cerchiamo bisogni primari:
rispondiamo ai bisogni umani delle necessità della vita che possono
diventare la motivazione delle nostre vite e desideriamo solo di poterle
quotidianamente soddisfare. Questo è ciò che possiamo definire
gratificazione attraverso i sensi dell’udito, tatto, vista, gusto e
olfatto. Giovanni dice che c’è qualcosa di più. Dio non può essere
afferrato solamente con i sensi.
Così spesso noi soppiantiamo le nostre necessità sensoriali con altre
false, falsi idoli o dèi. Le nostre necessità riflettono i nostri più
profondi desideri. Un altro tipo di approccio è attraverso l’esame
motivazionale. Entrambi ci chiamano a rivolgerci alla vera realtà delle
nostre vite. Molte persone, secondo Giovanni, combatteranno a livello del
“velo dei sensi” per tutta la loro vita. Solo pochi raggiungeranno un
livello più profondo di purificazione nel “velo dello spirito” in cui la
relazione sarà profonda e matura. Questo livello tocca la vera natura
della nostra sicurezza. Può essere sperimentato come la notte oscura della
nostra vera identità, auto-convenienza e orientamento nella vita.
Il velo dello spirito ha i suoi livelli
attivi e passivi. Giovanni parla di questa fase in termini di memoria,
intelletto e volontà. Per semplificare, è come muoversi dalla direzione
data dalla nostra “bussola interiore” al camminare nella luce del Vangelo
vivo. È la vita della verità, vista ora non semplicemente con facoltà
umane ma con le virtù della fede, della speranza e della carità. Dobbiamo
pensare alla “memoria” come ricordo o conservazione di informazioni,
l’abilità di richiamare eventi e informazioni. Giovanni non parla di
questo, ma più profondamente della profonda memoria di “chi noi siamo”, e
ha a che fare con la nostra personalità. Nella nostra memoria ci sforziamo
di raggiungere la sicurezza, ma Dio ci invita ad andare oltre, di lasciare
tutto e di seguirlo. I ricordi possono controllarci e sono spesso intrisi
di paura. La speranza ci apre a ciò che deve essere.
Questa facoltà per Giovanni è il camminare con Dio, fidandosi di Lui
attraverso la fede, come Abramo, che è andato verso le tenebre e
l’incognito. È come andare a sbattere contro un muro quando si sta
camminando. Quando la nostra conoscenza è incompleta abbiamo bisogno di
un’interdipendenza con Dio.
Questo spesso indica la grande vicinanza di Dio. La volontà per Giovanni
si relaziona più al cuore che ad altri meri desideri. La tentazione è
quella di amare in modo possessivo. Giovanni vede questo come amare
l’amante ugualmente che l’amato.
È “la brama urgente dell’amore” che ci conduce alla vera libertà. La luce
dell’amore discenderà nelle nostre vite e noi saremo purificati. Giovanni
è nelle sue vesti migliori quando parla dell’amore.
«Ama grandemente coloro che parlano contro di te e non ti amano, perché in
questo modo l’amore diventa nascita in un cuore che non ne ha. Questo è
quel che Dio fa: egli ci ama, come noi dovremmo amare lui,
attraverso l’amore che lui ha per noi».
Ciascuno dei veli ci porta oltre noi
stessi verso, una puritas cordis, purità di cuore che è centrale
nel cammino carmelitano. Ci libera dalla falsità della separazione dal Dio
vivente. Ciascuno di questi veli sarà strappato via dalla notte oscura che
in realtà è l’azione dello Spirito santo.
Notte oscura
L’espressione “notte oscura”, sebbene sia
parte di una più antica tradizione spirituale, al giorno d’oggi è
principalmente riferita a Giovanni della Croce. Nonostante le connotazioni
negative, essa parla di amore, di sguardo costante di Dio all’amato. La
notte oscura è esplicitata nei commentari della Salita e della
Notte Oscura stessa. Entrambi sono basati sulla Notte Oscura
del poeta stesso. Questa è una poesia di liberazione e purificazione. Il
commentario della Notte Oscura è molto prossimo all’intera poesia.
In realtà Giovanni si riferisce solo ai primi due versi della poesia e
alle prima riga del terzo verso.
La Salita abbraccia un materiale più ampio. Questa immagine della
notte usata da Giovanni per esprimere l’intero viaggio cristiano esprime
la vita fatta di fede. Egli tratta il tema della notte oscura attraverso i
due commentari e ricorda costantemente al lettore che è il Signore che
guida nella notte, ma guida solo coloro che hanno la capacità per tale
esperienza.
Come è stato detto nella prima parte di
questa conferenza, ci sono due parti per ognuna delle notti: una attiva e
una passiva. Nella notte attiva noi vediamo ciò che possiamo fare e nella
notte passiva ciò che Dio può fare. Il “velo dei sensi” si rivolge
all’area dei sentimenti, degli affetti e degli appetiti. Il “velo dello
spirito” considera la profonda realtà della memoria, dell’intelletto,
della volontà. Entrare nella notte oscura non deve ingenerare paura, in
quanto essa è un grande dono di Dio. Fortunate sono quelle anime che
entrano in questo cammino! È il cammino della vita e coloro che vi entrano
sono sorretti da Dio stesso.
Nei secoli precedenti, prima dell’avvento
della luce artificiale, la notte aveva il suo corteo di terrore e
incertezza.
«Come la
notte naturale non è che privazione della luce, e con questa la visibilità
di tutti gli oggetti, ragion per cui la vista resta al buio e senza
immagini, così la mortificazione degli appetiti si può dire notte per
l’anima».
La purificazione è necessaria perché
quanto più vicini siamo alla luce tanto più è difficile vedere. Abbiamo
bisogno di rifasarci quanto più siamo vicini a Dio. Questo avviene sia
nella nostra esteriorità che nelle nostre più intime profondità: è
l’azione della grazia, che assiste i nostri sforzi sulla superficie della
vita ed è anche necessaria per il movimento verso l’interno della grazia.
Ci permette di privarci delle aree di radicato egoismo. E questo è di
vitale importanza per l’agire ascetico che, se intrapreso senza i
suggerimenti della grazia, non ha valore alcuno. La pratica ascetica è
utile quando stimola la conversione. Quanto più siamo vicini alla luce e
alla grazia di Dio tanto più ogni cosa diventa possibile. La parte
dolorosa del processo è che quando poniamo Dio al centro delle cose noi
spiazziamo noi stessi, il nostro ego. Permettere allo Spirito di abbattere
il sistema delle nostre forti difese è rischiare di permettere al Signore
di prendere il centro della scena. Giovanni esprime questa situazione con
dovizia di particolari. In un meraviglioso esempio egli dice che un ciocco
di legno per poter dare luce e calore deve essere secco.
La notte della purificazione da parte
dell’amore che ci conduce oltre noi stessi in una profonda relazione con
Dio ci porta anche all’unione con il Dio Vivente. Questo può essere un
momento di dolore e sofferenza, ma non privo di crescita e vita nuova. Si
può manifestare in un modo molto semplice, con desolazione, depressione,
inutilità. In questo processo l’individuo giunge alla conoscenza del
proprio io e dell’unico vero Dio. Giovanni metterà in contrasto la nostra
nullità e la maestà di Dio.
Nella nullità della notte oscura Giovanni consiglia tre cose: ricordo,
comparazione e rinuncia.
Per Giovanni le buone cose ordinarie della vita posso diventare “dèi” esse
stesse. Ci sono appetiti naturali che possono sostituire quello che è
essenziale e possono diventare anche peccaminosi.
Quando Dio agisce, che cosa ci succede?
Permettiamo a noi stessi di seguirlo? Le notti passive evocheranno in noi
desiderio di piacere a Dio, di seguirlo più da vicino, di amarlo più
profondamente. Ma possiamo anche essere tormentati da sentimenti negativi
non voluti che ci rendono instabili. Le tentazioni non volute sorgono per
colpirci quando combattiamo per avere una migliore vita.
Per Giovanni questo accade durante le notti passive. Ci sono anche momenti
estremi di sensazione di abbandono, in cui tutto pare perso: «Dio mio,
Dio mio perché mi hai abbandonato?». L’oro si prova con il fuoco, dice
la Scrittura. Molti fra i religiosi anziani esprimeranno questi sentimenti
di rottura dopo una vita di autentico servizio. Un volta essi erano pieni
di energia, speranza e azione e probabilmente hanno fatto cose
straordinarie. La purificazione che ha luogo nella vita religiosa è spesso
non solo preparazione alla vita eterna, ma rottura di corazze indurite,
tanto che la luce possa brillarvi attraverso.
Riflessioni finali
Per tornare al punto di partenza,
particolarmente alla Fiamma e al Cantico Spirituale e
guadagnare familiarità con essi, si deve permettere alla nostra
immaginazione carmelitana di trovare una forma di espressione. Quando
consideriamo che la maggior parte delle poesie è stata scritta in prigione
a Toledo possiamo ben notare che esse riflettono una gioia e una bellezza
che splendono attraverso le tenebre. Questo non è opera di un’austera
guida spirituale, bensì di un uomo di Dio allietato dalla consapevolezza
che la luce splende nelle tenebre che non potranno prevalere. È una
canzone di piacere, un dialogo di due amanti. L’evoluzione di un rapporto
conduce attraverso differenti fasi, di purificazione, illuminazione,
unione. È un’esperienza intensamente amorosa e realmente contemplativa, di
chi cerca l’amato, domandandogli “dove ti sei nascosto?”. Per raggiungere
la vetta dell’insegnamento di Giovanni torniamo alla Fiamma Viva.
L’amore guarisce con la forza di una fiamma bruciante, con la forza della
gentilezza. La sua poesia è di mistica gentile e nello spirito dell’amato
del Cantico dei Cantici.
O fiamma
d'amor viva,
che soave
ferisci
rompi la
tela a questo dolce incontro.
O cauterio
soave!
O deliziosa
piaga!
O blanda
mano!
O tocco
delicato!
O lampade di
fuoco!.
Giovanni, il dottore mistico, è
insegnante nel cammino della bellezza e dell’amore. Egli è realista e
sfidante per la nostra tiepidezza. «Per tre secoli gli scrittori hanno
considerato le sue poesie come aggiunte estetiche all’insegnamento più
importante che si trova all’interno del suo commento in prosa delle poesie
stesse».
Oggi possiamo esplorare queste poesie non solo in forma testuale, ma anche
musicale. Dalla prima infanzia alle strade di Medina del Campo alle aule
studentesche di Salamanca, Giovanni si allietava con un uso delle parole
che amplificava l’immaginazione. John Welsh ha elencato le immagini
trovate in Giovanni della Croce: notte oscura, casa dormiente, scala
segreta, cedro al vento, gigli, amante assente, pastori, montagne, rive,
fiori, animali selvaggi, alberi, roveti, ululati, frecce, cuori feriti,
cristallo, grotta, cervo ferito, musica silenziosa, solitudine sonora, la
cena che ricrea, il vento del nord e quello del sud, uccelli lievi, leoni,
cervi, daini saltatori, monti, valli, pendii, acque, venti, ardori, vigili
timori delle notti, una sposa, albero di mele, scudi d’oro, cella
interiore, un gregge perso, le alte spelonche, il mosto di melograne, una
fiamma vivente, un’anima ferita, la mano delicata, il tocco fragile, le
lampade di fuoco, le spelonche profonde, il calore, la luce, un risveglio,
un cuore gonfio d’amore.
«Queste sono le immagini di Giovanni della Croce, ponti gettati su sponde
invisibili dello spirito».
Infine, Giovanni, il carmelitano, è
impregnato di Sacra Scrittura. Nei suoi testi troviamo
cinquecentonovantaquattro citazioni dall’Antico Testamento e
trecentoventisette del Nuovo. Le sue immagini, pensieri, la sua vera
motivazione emergono da ogni pagina dei testi. Egli usa le Scritture
letteralmente, allegoricamente, metaforicamente e per illustrazione. L’uso
che Giovanni fa delle Scritture è tagliato e adattato sulla sua
esperienza. Si può solo concludere che egli fu un orante lettore della
Parola. La Scrittura è stata la fonte della sua saggezza e ad essa egli si
è dissetato abbondantemente. I temi e le storie, la conoscenza dell’Antico
Testamento mostra un profonda appartenenza alla sapienza di Dio. In questo
Giovanni vive la Regola del Carmelo meditando giorno e notte la legge del
Signore. Il suo sguardo interiore, sebbene difficile da cogliere per le
menti contemporanee, è valido ed autentico per le nostre vite. Egli è
sicuro nel suo insegnamento ed è un tesoro da aprire e apprezzare. Altro
ancora potrebbe essere detto. Io ho cercato di essere in sintonia con il
testo di Giovanni, dando appena un assaggio della riccheza del materiale.
Lascio le ultime parole a Giovanni della Croce, che non può pienamente
spiegare il suo stesso testo.
«Poiché
queste strofe sono state composte in amore di abbondante intelligenza
mistica, non si potranno spiegare con precisione, né tale sarà il mio
intento».