STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"

"Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"

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Giovanni della Croce (1542 – 1591) 

II parte: L’insegnamento di Giovanni della Croce

 

Unione con Dio

 

«Quando l’anima fa spazio, cioè elimina in sé ogni ombra e macchia di cosa creata, tenendo la volontà perfettamente unita a quella di Dio – perché amare vuol dire cercare di spogliarsi e privarsi per Dio di tutto ciò che non è lui –, viene immediatamente illuminata e trasformata in Dio. Questi, allora, le comunica il suo essere soprannaturale, in modo che quella sembra Dio stesso e possiede ciò che possiede Dio. L’unione che s’instaura, quando Dio concede all’anima tale grazia soprannaturale, produce una trasformazione partecipativa tale che tutte le cose di Dio e l’anima costituiscono una sola cosa. L’anima assomiglia più a Dio che a se stessa, addirittura è Dio per partecipazione. È pur vero, però, che il suo essere, anche se trasformato, resta per natura distinto da Dio come prima; proprio come la vetrata che, pur essendo illuminata dal raggio di sole, ne rimane pur sempre distinta»1a.

 

In questo passo Giovanni della Croce è esplicito sull’unione con Dio. Sebbene la Fiamma Viva e il Cantico Spirituale (entrambe espressioni della sua esperienza) descrivano questo stato di perfezione, questo testo di II Salita 5, 7 presenta sia la via all’unione sia lo stato trasformato. Cinque elementi possono essere identificati: la vetrata è un’entità separata; quando è sporca è coperta di “macchie e sbavature”; quando la “spoliazione” ha avuto luogo è come se il vetro non ci fosse affatto; quando la luce del sole risplende attraverso il vetro diventa quasi invisibile e così vetro e visione appaiono un tutt’uno. Dobbiamo essere vetri chiari, trasformati dal Dio d’amore che ci illumina. “Macchie e sbavature” appaiono come il nostro attaccamento a ciò che non è Luce. Questo è compito dell’amore: spogliare e privare l’ego di tutto ciò che non è Dio. Nell’unione non c’è più nessun ostacolo fra Dio e chi sono io realmente. Sono stato creato ad immagine di Dio ed ora io sono realmente un riflesso di Dio, mio creatore.

L’unione non è una sorta di gioco o pseudo battaglia spirituale, è l’arrivo alla bellezza  della creatura che Dio vede in me. È la verità che ci rende liberi. Giovanni ci invita per questo ad andare profondamente nella realtà delle nostre vite, intraprendendo la grande avventura e salendo la montagna del Signore. Il tema del primo libro della Salita è quello della cima della montagna e della via per giungervi. Lì giunti noi ci troveremo trasfigurati senza aver perso la nostra identità. La volontà di Dio è la nostra volontà e veramente il Signore è la nostra gioia. Eliminata l’irrealtà del nostro egocentrismo, non ci sono più barriere: attraverso l’amore viviamo in Cristo ma è lui che vive in noi. La notte è oscura, perché si possa raggiungere il traguardo dell’unione: è un viaggio fatto nella fede. Siamo ricercatori, esploratori, avventurieri nella realtà interiore, “la caverna profonda”. I due estremi del tutto (todo) e del nulla (nada) sono uniti in quest’esperienza. Non possiamo parlare del nulla senza parlare del tutto di Dio. Giovanni parla di quest’unione come di un matrimonio spirituale. Croce e risurrezione sono un unicum. È il matrimonio dell’agnello di Dio.

 

«Questa è la notte

in cui hai vinto le tenebre del peccato

con lo splendore della colonna di fuoco.

Questa è la notte

in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte,

risorge vincitore dal sepolcro»1b.

 

Nel secondo libro della Salita, cap. 17, Giovanni si rivolge a coloro che iniziano la salita. La descrive come uno “stato inferiore”. Qui Giovanni insegna il «razionale dietro l’insegnamento sulla conoscenza, entrambe ricevute attraverso i sensi (capp. 11-16) e direttamente dall’intelletto (capp. 23-32). Spiega i principi secondo i quali Dio conduce gli individui con la loro collaborazione e mostra quanto l’elemento passivo sia presente proprio dall’inizio della vita spirituale»[1]. Il Signore è premuroso con noi e preoccupato del nostro stato reale e della nostra capacità di andare avanti.

 

«Secondo questi principi fondamentali è, quindi, chiaro che Dio, per muovere ed elevare l’anima dal limite estremo della sua bassezza al vertice sublime della sua grandezza nell’unione con lui, lo fa con ordine, con soavità e secondo la natura di quest’anima. Ora, poiché l’ordine seguito dalle persone nella conoscenza passa attraverso le forme e le immagini delle cose create, e il modo di conoscere e di apprendere passa attraverso i sensi, Dio per elevare l’anima alla somma conoscenza deve, agendo con soavità, cominciare a muoverla dall’estrema bassezza dei sensi ed elevarla, secondo la sua natura, verso l’altro estremo, quello della sapienza spirituale, che non cade sotto i sensi. Per questo Dio la eleva pian piano, prima istruendola per mezzo di forme, immagini e cose sensibili, sia naturali che soprannaturali, conformi al suo modo di apprendere, e poi attraverso meditazioni discorsive, fino a portarla alla somma grandezza del suo spirito»[2].

 

Come detto nella prima parte della mia presentazione, i primi due “veli” sono di purificazione e il terzo, “il velo della vita”, è l’ingresso nella stessa unione. In ciascuno dei livelli di purificazione c’è movimento dai nostri sforzi verso l’apertura dell’attività di Dio. Il vero contemplativo è uno la cui vita è vissuta in presenza di Dio, pronto a ricevere ciò che è già lì. Iniziamo a conoscere Gesù Cristo quando il processo è completo e l’unione è sperimentata[3]

 

Preghiera

 

La contemplazione è il cammino reale per la trasformazione nel Cristo. La conoscenza del Cristo ci pone in cammino. La meditazione della parola ci apre la porta verso un sincero discernimento e ci permette di liberarci da ciò che non è Dio. Questo è espresso a volte come “Cristogenesi”, la nascita del Cristo in noi. E perciò la preghiera è centrale nella crescita spirituale perché ci permette di “porci nel Cristo”. A proposito della relazione fra noi e il Signore, Teresa usa il termina “amicizia” per sottolineare il partecipato rapporto orante con Dio e fra i membri della sua comunità. Le relazioni mature cambiano e si approfondiscono. Lo stesso ci dice Giovanni a proposito della relazione con il Signore. 

Se le “macchie e sbavature” devono svanire, allora tutto ciò che ci tiene prigionieri deve essere affrontato sinceramente, sempre attenti al fatto che i nostri attaccamenti possono essere quasi impercettibili e ci tengono tuttavia legati.

 

«Poco importa che un uccello sia legato a un filo sottile o grosso; anche se sottile, finché sarà legato, è come se fosse grosso, perché non gli consentirà di volare. È vero che è più facile spezzare il filo sottile; ma anche se facile, finché non lo spezza, non vola. Così accade all’anima che è attaccata a qualcosa: anche se possiede molte virtù, non arriverà mai alla libertà dell’unione divina»[4].

 

Giovanni ci invita a meditare sulla Parola: è il processo di interiorizzazione. Giovanni la definisce una “riflessione discorsiva” usando l’immaginazione[5].

 

«In primo luogo, occorre coltivare un costante desiderio d’imitare Cristo in ogni azione, conformandosi alla sua vita, sulla quale bisogna riflettere per saperla imitare e per comportarsi come lui si comporterebbe»[6].

 

Questo è un testo importante dal momento che rivela l’opera della notte attiva dei sensi. Infatti la notte attiva riguarda l’intera battaglia da parte nostra, coinvolge ascetismo, preghiera e disponibilità verso una nuova vita. È un movimento di graduale cambiamento della vita: la relazione con il Cristo è, così, stabilita. Le immagini scritturistiche e i pensieri sono interiorizzati come parte della nostra vita. Molti delle immagini e dei pensieri di Giovanni partono dalla sua conoscenza, diretta e indiretta, delle Scritture. 

Questa meditazione discorsiva non può essere evitata, così come alcuni scrittori contemporanei di spiritualità vorrebbero[7]. Sappiano che la regola generale della lectio divina è quella di stare il più a lungo possibile nella fase della meditatio. La chiave per un’autentica meditazione non è di forzare, ma di permettere alla contemplazione di emergere. Giovanni è il grande maestro del pacifico movimento dalla meditazione alla contemplazione. È un momento difficile al quale Giovanni si indirizza nella Notte Oscura 1/8. Crea confusione il fatto che la preghiera spesso sia segnata da aridità, distrazione, mancanza di consolazione. Giovanni impiega buona parte della sua vita come guida spirituale per gli altri e, di conseguenza, i suoi insegnamenti su questi momenti sensibili sono molto importanti per noi. Per Giovanni, il Cristo è il più grande maestro e guida spirituale. Denis Graviss nella sua tesi dottorale intitolata «Ritratto del Direttore Spirituale negli scritti di san Giovanni della Croce», afferma che Giovanni «non ha mai scritto sull’ideale direttore spirituale, ma da quando il suo principale ministero è stato il cammino della vita spirituale molti suggerimenti sono forniti nei suoi scritti che ci guidano in merito ad un’istruzione realistica dell’ideale direttore spirituale»[8]. Kevin Culligan, mutuando le buone qualità di un direttore spirituale da Carl Rogers, nota che gli insegnamenti giovannei sono come riflesso delle tre qualità contemporanee di genuinità, cura e comprensione[9]

Il Carmelo parla dall’esperienza di preghiera. La contemplazione è un dono che proviene dal silenzio al di là delle parole. Il meditare giorno e notte richiede un’attenzione amorevole: la meditazione attiva si muove verso il momento di quiete contemplativa, quando l’oscurità è illuminata attraverso il processo di pruficazione. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8). 

 

I Veli

 

Usando la terminologia di Giovanni, specificatamente quella dei veli, il viaggio spirituale è gradualmente purificato e trasformato attraverso differenti livelli di crescita. Inizialmente, nel viaggio della vita cerchiamo bisogni primari: rispondiamo ai bisogni umani delle necessità della vita che possono diventare la motivazione delle nostre vite e desideriamo solo di poterle quotidianamente soddisfare. Questo è ciò che possiamo definire gratificazione attraverso i sensi dell’udito, tatto, vista, gusto e olfatto. Giovanni dice che c’è qualcosa di più. Dio non può essere afferrato solamente con i sensi[10]. Così spesso noi soppiantiamo le nostre necessità sensoriali con altre false, falsi idoli o dèi. Le nostre necessità riflettono i nostri più profondi desideri. Un altro tipo di approccio è attraverso l’esame motivazionale. Entrambi ci chiamano a rivolgerci alla vera realtà delle nostre vite. Molte persone, secondo Giovanni, combatteranno a livello del “velo dei sensi” per tutta la loro vita. Solo pochi raggiungeranno un livello più profondo di purificazione nel “velo dello spirito” in cui la relazione sarà profonda e matura. Questo livello tocca la vera natura della nostra sicurezza. Può essere sperimentato come la notte oscura della nostra vera identità, auto-convenienza e orientamento nella vita. 

Il velo dello spirito ha i suoi livelli attivi e passivi. Giovanni parla di questa fase in termini di memoria, intelletto e volontà. Per semplificare, è come muoversi dalla direzione data dalla nostra “bussola interiore” al camminare nella luce del Vangelo vivo. È la vita della verità, vista ora non semplicemente con facoltà umane ma con le virtù della fede, della speranza e della carità. Dobbiamo pensare  alla “memoria” come ricordo o conservazione di informazioni, l’abilità di richiamare eventi e informazioni. Giovanni non parla di questo, ma più profondamente della profonda memoria di “chi noi siamo”, e ha a che fare con la nostra personalità. Nella nostra memoria ci sforziamo di raggiungere la sicurezza, ma Dio ci invita ad andare oltre, di lasciare tutto e di seguirlo. I ricordi possono controllarci e sono spesso intrisi di paura. La speranza ci apre a ciò che deve essere[11].  Questa facoltà per Giovanni è il camminare con Dio, fidandosi di Lui attraverso la fede, come Abramo, che è andato verso le tenebre e l’incognito. È come andare a sbattere contro un muro quando si sta camminando. Quando la nostra conoscenza è incompleta abbiamo bisogno di un’interdipendenza con Dio[12]. Questo spesso indica la grande vicinanza di Dio. La volontà per Giovanni si relaziona più al cuore che ad altri meri desideri. La tentazione è quella di amare in modo possessivo. Giovanni vede questo come amare l’amante ugualmente che l’amato[13]. È “la brama urgente dell’amore” che ci conduce alla vera libertà. La luce dell’amore discenderà nelle nostre vite e noi saremo purificati. Giovanni è nelle sue vesti migliori quando parla dell’amore.

 

«Ama grandemente coloro che parlano contro di te e non ti amano, perché in questo modo l’amore diventa nascita in un cuore che non ne ha. Questo è quel che Dio fa: egli ci ama, come noi dovremmo amare lui, attraverso l’amore che lui ha per noi»[14].

 

Ciascuno dei veli ci porta oltre noi stessi verso, una puritas cordis, purità di cuore che è centrale nel cammino carmelitano. Ci libera dalla falsità della separazione dal Dio vivente. Ciascuno di questi veli sarà strappato via dalla notte oscura che in realtà è l’azione dello Spirito santo. 

 

Notte oscura

 

L’espressione “notte oscura”, sebbene sia parte di una più antica tradizione spirituale, al giorno d’oggi è principalmente riferita a Giovanni della Croce. Nonostante le connotazioni negative, essa parla di amore, di sguardo costante di Dio all’amato. La notte oscura è esplicitata nei commentari della Salita e della Notte Oscura stessa. Entrambi sono basati sulla Notte Oscura del poeta stesso. Questa è una poesia di liberazione e purificazione. Il commentario della Notte Oscura è molto prossimo all’intera poesia. In realtà Giovanni si riferisce solo ai primi due versi della poesia e alle prima riga del terzo verso[15]. La Salita abbraccia un materiale più ampio. Questa immagine della notte usata da Giovanni per esprimere l’intero viaggio cristiano esprime la vita fatta di fede. Egli tratta il tema della notte oscura attraverso i due commentari e ricorda costantemente al lettore che è il Signore che guida nella notte, ma guida solo coloro che hanno la capacità per tale esperienza.

Come è stato detto nella prima parte di questa conferenza, ci sono due parti per ognuna delle notti: una attiva e una passiva. Nella notte attiva noi vediamo ciò che possiamo fare e nella notte passiva ciò che Dio può fare. Il “velo dei sensi” si rivolge all’area dei sentimenti, degli affetti e degli appetiti. Il “velo dello spirito” considera la profonda realtà della memoria, dell’intelletto, della volontà. Entrare nella notte oscura non deve ingenerare paura, in quanto essa è un grande dono di Dio. Fortunate sono quelle anime che entrano in questo cammino! È il cammino della vita e coloro che vi entrano sono sorretti da Dio stesso[16].

Nei secoli precedenti, prima dell’avvento della luce artificiale, la notte aveva il suo corteo di terrore e incertezza.

 

«Come la notte naturale non è che privazione della luce, e con questa la visibilità di tutti gli oggetti, ragion per cui la vista resta al buio e senza immagini, così la mortificazione degli appetiti si può dire notte per l’anima»[17].

 

La purificazione è necessaria perché quanto più vicini siamo alla luce tanto più è difficile vedere. Abbiamo bisogno di rifasarci quanto più siamo vicini a Dio. Questo avviene sia nella nostra esteriorità che nelle nostre più intime profondità: è l’azione della grazia, che assiste i nostri sforzi sulla superficie della vita ed è anche necessaria per il movimento verso l’interno della grazia. Ci permette di privarci delle aree di radicato egoismo. E questo è di vitale importanza per l’agire ascetico che, se intrapreso senza i suggerimenti della grazia, non ha valore alcuno. La pratica ascetica è utile quando stimola la conversione. Quanto più siamo vicini alla luce e alla grazia di Dio tanto più ogni cosa diventa possibile. La parte dolorosa del processo è che quando poniamo Dio al centro delle cose noi spiazziamo noi stessi, il nostro ego. Permettere allo Spirito di abbattere il sistema delle nostre forti difese è rischiare di permettere al Signore di prendere il centro della scena. Giovanni esprime questa situazione con dovizia di particolari. In un meraviglioso esempio egli dice che un ciocco di legno per poter dare luce e calore deve essere secco[18]

La notte della purificazione da parte dell’amore che ci conduce oltre noi stessi in una profonda relazione con Dio ci porta anche all’unione con il Dio Vivente. Questo può essere un momento di dolore e sofferenza, ma non privo di crescita e  vita nuova. Si può manifestare in un modo molto semplice, con desolazione, depressione, inutilità. In questo processo l’individuo giunge alla conoscenza del proprio io e dell’unico vero Dio. Giovanni metterà in contrasto la nostra nullità e la maestà di Dio[19]. Nella nullità della notte oscura Giovanni consiglia tre cose: ricordo, comparazione e rinuncia[20]. Per Giovanni le buone cose ordinarie della vita posso diventare “dèi” esse stesse. Ci sono appetiti naturali che possono sostituire quello che è essenziale e possono diventare anche peccaminosi[21].

Quando Dio agisce, che cosa ci succede? Permettiamo a noi stessi di seguirlo? Le notti passive evocheranno in noi desiderio di piacere a Dio, di seguirlo più da vicino, di amarlo più profondamente. Ma possiamo anche essere tormentati da sentimenti negativi non voluti che ci rendono instabili. Le tentazioni non volute sorgono per colpirci quando combattiamo per avere una migliore vita[22]. Per Giovanni questo accade durante le notti passive. Ci sono anche momenti estremi di sensazione di abbandono, in cui tutto pare perso: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». L’oro si prova con il fuoco, dice la Scrittura. Molti fra i religiosi anziani esprimeranno questi sentimenti di rottura dopo una vita di autentico servizio. Un volta essi erano pieni di energia, speranza e azione e probabilmente hanno fatto cose straordinarie. La purificazione che ha luogo nella vita religiosa è spesso non solo preparazione alla vita eterna, ma rottura di corazze indurite, tanto che la luce possa brillarvi attraverso.

  

Riflessioni finali

 

Per tornare al punto di partenza, particolarmente alla Fiamma e al Cantico Spirituale e guadagnare familiarità con essi, si deve permettere alla nostra immaginazione carmelitana di trovare una forma di espressione. Quando consideriamo che la maggior parte delle poesie è stata scritta in prigione a Toledo possiamo ben notare che esse riflettono una gioia e una bellezza che splendono attraverso le tenebre. Questo non è opera di un’austera guida spirituale, bensì di un uomo di Dio allietato dalla consapevolezza che la luce splende nelle tenebre che non potranno prevalere. È una canzone di piacere, un dialogo di due amanti. L’evoluzione di un rapporto conduce attraverso differenti fasi, di purificazione, illuminazione, unione. È un’esperienza intensamente amorosa e realmente contemplativa, di chi cerca l’amato, domandandogli “dove ti sei nascosto?”. Per raggiungere la vetta dell’insegnamento di Giovanni torniamo alla Fiamma Viva. L’amore guarisce con la forza di una fiamma bruciante, con la forza della gentilezza. La sua poesia è di mistica gentile e nello spirito dell’amato del Cantico dei Cantici.

 

O fiamma d'amor viva,

che soave ferisci

rompi la tela a questo dolce incontro.

O cauterio soave!

O deliziosa piaga!

O blanda mano!

O tocco delicato!

O lampade di fuoco![23].

 

Giovanni, il dottore mistico, è insegnante nel cammino della bellezza e dell’amore. Egli è realista e sfidante per la nostra tiepidezza. «Per tre secoli gli scrittori hanno considerato le sue poesie come aggiunte estetiche all’insegnamento più importante che si trova all’interno del suo commento in prosa delle poesie stesse»[24]. Oggi possiamo esplorare queste poesie non solo in forma testuale, ma anche musicale. Dalla prima infanzia alle strade di Medina del Campo alle aule studentesche di Salamanca, Giovanni si allietava con un uso delle parole che amplificava l’immaginazione. John Welsh ha elencato le immagini trovate in Giovanni della Croce: notte oscura, casa dormiente, scala segreta, cedro al vento, gigli, amante assente, pastori, montagne,  rive, fiori, animali selvaggi, alberi, roveti, ululati, frecce, cuori feriti, cristallo, grotta, cervo ferito, musica silenziosa, solitudine sonora, la cena che ricrea, il vento del nord e quello del sud, uccelli lievi, leoni, cervi, daini saltatori, monti, valli, pendii, acque, venti, ardori, vigili timori delle notti, una sposa, albero di mele, scudi d’oro, cella interiore, un gregge perso, le alte spelonche, il mosto di melograne, una fiamma vivente, un’anima ferita, la mano delicata, il tocco fragile, le lampade di fuoco, le spelonche profonde, il calore, la luce, un risveglio, un cuore gonfio d’amore[25]. «Queste sono le immagini di Giovanni della Croce, ponti gettati su sponde invisibili dello spirito»[26]

Infine, Giovanni, il carmelitano, è impregnato di Sacra Scrittura. Nei suoi testi troviamo cinquecentonovantaquattro citazioni dall’Antico Testamento e trecentoventisette del Nuovo. Le sue immagini, pensieri, la sua vera motivazione emergono da ogni pagina dei testi. Egli usa le Scritture letteralmente, allegoricamente, metaforicamente e per illustrazione. L’uso che Giovanni fa delle Scritture è tagliato e adattato sulla sua esperienza. Si può solo concludere che egli fu un orante lettore della Parola. La Scrittura è stata la fonte della sua saggezza e ad essa egli si è dissetato abbondantemente. I temi e le storie, la conoscenza dell’Antico Testamento mostra un profonda appartenenza alla sapienza di Dio. In questo Giovanni vive la Regola del Carmelo meditando giorno e notte la legge del Signore. Il suo sguardo interiore, sebbene difficile da cogliere per le menti contemporanee, è valido ed autentico per le nostre vite. Egli è sicuro nel suo insegnamento ed è un tesoro da aprire e apprezzare. Altro ancora potrebbe essere detto. Io ho cercato di essere in sintonia con il testo di Giovanni, dando appena un assaggio della riccheza del materiale. Lascio le ultime parole a Giovanni della Croce, che non può pienamente spiegare il suo stesso testo.

 

«Poiché queste strofe sono state composte in amore di abbondante intelligenza mistica, non si potranno spiegare con precisione, né tale sarà il mio intento»[27].

 


1a II Salita 5, 7.

1b Exultet, dalla liturgia della veglia pasquale, passim.

[1] Nota 1, in CWJC, 205.

[2] II Salita, 17, 3.

[3] Cfr Cantico Spirituale, stanza 12 e commentario del Cantico 11, 11-12.

[4] I Salita 11, 4.

[5] Cfr Fiamma Viva, 3, 32.

[6] I Salita, 13, 3.

[7] Chi pone qualcuno immediatamente in contemplazione non è nella tradizione di Giovanni della Croce. Cfr John Grennan, O.C.D., «Discerning Contemplative Prayer», Review for Religious, 27 (1988), 3-14.

[8] Graviss, D. R., Portrait of the Spiritual Director in the Writings of Saint John ofthe Cross. Roma, Institutum Carmelitarum 1983, Introduction, 5.

[9] Cfr Culligan, K.G., «Qualities of a Good Spiritual Guide: Spiritual Direction in John of the Cross’s Letters», Carmelite Studies: John of the Cross (Carmelite Studies, VI), a cura di Steven Payne, O.C.D., Washington D.C., ICS Publications 1992, 65-83.

[10] Cfr Fiamma Viva stanza 3, 73-74 e II Salita 11/2.

[11] Cfr Matthew, I., op cit, 106.

[12] Cfr II Salita, 8/4-5; Cantico Spirituale 39/12.

[13] Cfr I Salita, 5/1; Cantico Spirituale, 28/1.

[14] Lettera 33 a una monaca carmelitana, dopo 1591.

[15] La Notte Oscura è costituitua da due libri, uno di quattordici capitoli e l’altro di venticinque. Il libro I descrive la notte e i modi per riconoscerla e indica appropriate risposte e lati positivi della notte. Il libro II mostra le crescenti difficoltà nella via positiva e negativa. La notte passiva dello spirito si basa sul secondo verso della poesia (capp. 15-24).

[16] Cfr Salita, prol. 3.

[17] I Salita 3, 1.

[18] Cfr II Notte Oscura, 10.

[19] Cfr I Notte Oscura, 12/4.

[20] Cfr I Salita, 4/5. Il ricordo che tutto dipende da Dio e richiede la nostra gratitudine; la comparazione fra la realtà delle cose e il modo in cui sono percepite (vederle come Dio le vede); la rinuncia come conseguenza di questa comparazione e ricordo e che richiederà cambiamento e assenza del sè.

[21] Cfr I Salita, 1/2.

[22] Cfr Welsh, J., When God’s Die, Mahwah, Paulist Press 1990 per un’ottima presentazione di questo materiale. Ciò che sorge dal subconscio è, secondo l’interpretazione junghiana, utile per comprendere questi aspetti di Giovanni della Croce.

[23] Fiamma Viva d’Amore, passim.

[24] Welsh, J., op. vit., 15.

[25] Cfr Ivi, 18-19.

[26] Cfr Ivi, 19.

[27] Cantico, prol. 2.