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STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"
"Ordine
dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"
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Conferenza fatta dal padre
generale Joseph Chalmers all'incontro degli Studenti Carmelitani in Spagna
(26 luglio- 5 agosto 2005)
Importanza di Teresa d’Avila e Giovanni della
Croce
per la spiritualità carmelitana oggi
Alla fine di questo corso credo che tutti voi siate esperti nella
spiritualità di Teresa e di Giovanni e così è meglio che io stia attento!
Dal momento che tutti siamo “individui”, ciascuno di noi ha il suo proprio
particolare modo di vivere il Vangelo come risposta personale alla chiamata
del Cristo a seguirlo. Le grandi tradizioni spirituali – carmelitana,
francescana, gesuita, domenicana – si sono evolute nel corso di centinaia di
anni e ancora sono in evoluzione. Nella tradizione carmelitana, tutti noi
abbiamo trovato la nostra casa e la strada che ci aiuta a diventare ciò che
Dio sa che noi siamo. Se le grandi tradizioni spirituali non riescono a
svilupparsi e non sono lungimiranti nell’accompagnare le persone nella loro
sequela del Cristo nelle circostanze di ogni nuovo tempo, esse moriranno e
lasceranno il posto a nuovi movimenti.
Fonti della spiritualità carmelitana sono naturalmente il Vangelo, che è la
suprema legge per tutti i religiosi (cfr Perfectae Caritatis, 2),
seguito poi dalla Regola, dalle Costituzioni e dalle figure del profeta Elia
e di Maria. Santa Teresa e San Giovanni della Croce furono formati e nutriti
in questa tradizione spirituale. Essi non sono nati dal nulla: hanno
sviluppato la tradizione che, certamente, non è iniziata con loro né si è
fermata dopo la loro morte. La popolarità di Teresa e di Giovanni va ben al
di là della Chiesa Cattolica e perfino oltre i limiti della cristianità. Per
capire la loro importanza per noi, dobbiamo guardare brevemente ad alcune
situazioni attuali.
Al giorno d’oggi sembra che noi viviamo in un mondo senza speranza. Il
nostro mondo è dilaniato da guerre, dichiarate o meno; due terzi
dell’umanità vivono in tremenda povertà mentre una minoranza ha troppo;
molti sono i morti di inedia, mentre nell’ovest ci si preoccupa di come
combattere l’obesità; il secolarismo si sta espandendo fortemente,
soprattutto nell’ovest; un ateismo pratico è la norma. L’ateismo
intellettuale del diciannovesimo secolo ha prodotto orgoglio nel successo
umano. Si è creduto che l’essere umano era maturo e che non ci fosse più
necessità di Dio. L’essere divino non era più necessario per riempire le
lacune nella conoscenza umana perché, lo si è creduto fermamente, gli esseri
umani ben presto avrebbero potuto fare da soli. Tale convinzione è stata
scossa da tutte le guerre nelle quali il nostro mondo è stato ed è
coinvolto, dal terrorismo e dagli eventi come lo tsunami in Asia, che ha
reso evidente che gli esseri umani sono molto piccoli di fronte ai possenti
avvenimenti della natura.
La scienza, la tecnologia e l’industrializzazione veloce dell’ovest non sono
riuscite a mantenere le loro promesse. Le scoperte scientifiche sono state
emozionanti e hanno prodotto beni di consumo come mai prima. Attraverso
internet possiamo comunicare quasi istantaneamente con persone distanti
migliaia di chilometri. Tuttavia, sembriamo perdere la nostra anima. Il
valore è misurato da quel che possiamo produrre. Un problema enorme, almeno
per le società occidentali, è costituito dalle droghe, che sono un tentativo
di fuoriuscire dalla realtà, sperimentata spesso come troppo dolorosa.
L’umanità si è mossa da una speranza illimitata alla disperazione. Tuttavia,
in mezzo alla disperazione, c’è stato un nuovo aumento ed interesse nello
spirituale, anche se non nelle religioni istituzionali. Possiamo vedere un
esempio di questo interesse nei confronti della spiritualità nella
pubblicità enorme data alla morte ed ai funerali di papa Giovanni Paolo II,
così come nel Conclave che ne è seguito.
Gli anni ‘60 e gli inizi
degli anni ‘70 hanno visto rivoluzioni nelle società occidentali: molti
giovani hanno deciso di rigettare gli pseudo valori del consumismo; c’era un
grande interesse fra i giovani occidentali per la mistica orientale; le
forme più esuberanti della rivoluzione sono sparite ma è rimasta
un’inquietudine, una sete, una fame di Dio. Giovanni della Croce e Teresa di
Gesù parlano alla fame di tanta gente per l’Assoluto. Entrambi presentano un
Dio trascendente che è allo stesso tempo molto vicino a noi. Né l’uno né
l’altro propone un percorso facile, ma la maggior parte delle persone non
crede nelle risposte facili. Sia Giovanni che Teresa dicono la verità: se
qualcosa è degna di essere avuta, allora è degno soffrire per essa. Entrambi
ripropongono il messaggio del Vangelo: «Cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno
date in aggiunta» (Mt 6, 33; Lc 12, 31),
«Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi
avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt
10, 39.16, 25; Mc 8, 35; Lc 9, 24. 17, 33; Gv 12, 25).
Teresa, Giovanni e la spiritualità carmelitana
Nella vita e negli
scritti di Teresa e Giovanni, vediamo che la vita spirituale non è un
cammino distinto dalla vita reale. La spiritualità carmelitana, con le sue
radici nella Regola e nell’esperienza degli eremiti sul Monte Carmelo, ha
dato vita a molti movimenti negli ottocento anni della sua esistenza: la
maggior parte di essi hanno sottolineato la contemplazione e Teresa e
Giovanni sono esperti riconosciuti in quest’area. Entrambi parlano della
possibilità di sperimentare il divino ed
il percorso che deve essere seguito è quello della vita di preghiera.
Sapete molto bene che
Teresa e Giovanni facevano parte di un movimento ampio, specialmente in
Spagna, che portava avanti l’«orazione mentale», come veniva chiamata. Siete
a conoscenza anche di tutti i problemi correlati con questo movimento nel
quale era implicata la stessa Inquisizione. Nemici sia di Teresa che di
Giovanni di tanto in tanto li hanno segnalati a questo organismo ma niente
di serio è venuto mai dalle loro accuse, anche se entrambi hanno dovuto fare
molta attenzione. Malgrado i pericoli, né Teresa né Giovanni hanno potuto
ignorare la loro chiamata: stavano rispondendo con tutto il loro cuore a
Colui dal quale erano conosciuti e amati. La definizione di Teresa della
preghiera mentale era molto semplice, ma allo stesso tempo molto profonda:
«L’orazione mentale non è altro, per me, che un
intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento, da solo a solo, con
Colui da cui sappiamo d’essere amati» (Vita 8,5). Giovanni
scrive: «Chi fluisce dalla preghiera, fluisce da tutto ciò che è buono»
(Altri Avvisi,
11).
Nel corso della storia
dell’Ordine è indubitabile che la contemplazione sia stata sempre compresa
come il cuore del carisma carmelitano. L’Institutio
Primorum Monachorum, che per centinaia di anni è stato il
documento di formazione per tutti i giovani carmelitani, così dice:
«Di questa vita viene riconosciuto un duplice fine.
Uno è quello che conseguiamo con l’aiuto della grazia divina attraverso
l’esercizio faticoso e la pratica delle virtù; questo fine, che consiste
nell’offrire a Dio un cuore santo e puro da ogni macchia attuale di peccato,
lo conseguiamo quando siamo perfetti e nascosti “in Cherit”, cioè in
quell’amore che, come dice il Sapiente, “ricopre ogni colpa” (Pr 10, 12) […]
L’altro fine di questa vita, che ci viene assegnato per esclusivo dono di
Dio, consiste nel gustare in qualche modo nel proprio cuore e nello
sperimentare nella propria mente, non solo dopo la morte, ma anche in questa
vita mortale, la potenza della presenza divina e la dolcezza della gloria
celeste» (Ist. 1, cap. 2).
Santa Teresa e San
Giovanni della Croce furono bene formati nella tradizione carmelitana e
richiamarono l’Ordine alla sua ispirazione iniziale, così come hanno fatto
tutte le altre riforme avvenute nel corso della storia dell’Ordine. La
contemplazione è stata definita in diversi modi nel corso del tempo e tali
modi di comprenderla sono stati più o meno in contatto con la vita reale dei
carmelitani. Nella presentazione attuale del carisma carmelitano, l’Ordine
dice quanto segue: «I Carmelitani vivono il loro
ossequio a Cristo impegnandosi nella ricerca del volto del Dio vivente
(dimensione contemplativa della vita), nella fraternità e nel servizio (diakonia)
in mezzo al popolo» (Cost. 14). Un altro articolo delle
Costituzioni dice ancora: «La tradizione dell’Ordine ha sempre
interpretato
la Regola e il carisma
fondante come espressione della dimensione contemplativa della vita e a
questa vocazione contemplativa si rifanno sempre i grandi maestri spirituali
della Famiglia carmelitana»
(Cost. 17). Lo stesso articolo delle Costituzioni descrive la
contemplazione nel seguente modo: «È questa una
esperienza trasformante dell’amore di Dio che sovrasta. Quest’amore ci
svuota dai nostri modi umani limitati e imperfetti di pensare, amare e
agire; e li trasforma in modi divini» (Cost. 17).
La Ratio chiarisce
il ruolo della contemplazione nel carisma dell’Ordine:
«La dimensione contemplativa non è soltanto uno tra gli altri elementi
del carisma (preghiera, fraternità e servizio), ma è l’elemento dinamico che
li unifica tutti. Nella preghiera ci apriamo all’azione di Dio che
gradualmente ci trasforma attraverso tutti gli eventi grandi e piccoli della
vita. Questo processo di trasformazione ci rende capaci di instaurare e
mantenere rapporti fraterni autentici, disponibili al servizio, alla
compassione, alla solidarietà, capaci di presentare al Padre i desideri, le
angosce, le speranze e le grida degli uomini. La fraternità è il banco di
prova dell’autenticità della trasformazione che si va realizzando» (Ratio
23). La Ratio continua: «In questa progressiva e continua
trasformazione in Cristo operata in noi dallo Spirito, Dio ci attrae verso
di sé in un cammino interiore che porta dalla periferia dispersiva della
vita alla cella più interna del nostro essere, dove Egli dimora e ci unisce
a sé. Il processo interiore che porta a sviluppare la dimensione
contemplativa fa acquistare un atteggiamento aperto alla presenza di Dio
nella vita, insegna a vedere il mondo con i suoi occhi, spinge a cercare il
suo volto, a riconoscerlo, ad amarlo e a servirlo nei fratelli» (Ratio
24).
So che alcuni vedono
delle difficoltà nella differenza fra le Costituzioni e la Ratio
nella spiegazione della contemplazione, ma personalmente non le noto. Il
deserto è stato spesso usato come eufemismo per il percorso della
contemplazione (cfr Fiamma Viva B 3, 38).
Il viaggio spirituale
La prova del progresso
nel viaggio spirituale è se stiamo diventando esseri migliori:
«La fraternità è il banco di prova dell’autenticità
della trasformazione che si va realizzando» (Ratio, 23).
Questo è molto chiaro anche in Santa Teresa. Non possiamo compiere progressi
nella vita di preghiera a meno che non progrediamo nell’amore verso Dio e in
un pratico amore verso il prossimo (cfr Cammino, 4). Teresa non ha
cercato mai di realizzare progressi nella vita spirituale o in una
preghiera. Ha cercato di progredire nell’amore verso Dio e verso il
prossimo. Ha scritto, per esempio: «Quando
vedo delle anime tutte intente a rendersi conto dell’orazione che hanno e
così concentrate quando sono in essa da far pensare che non abbiano ardire
di fare il più piccolo movimento né di divergere il pensiero per paura di
perdere quel po’ di gusto e di devozione che sentono, mi persuado che non
conoscono il cammino dell’unione. Pensano che consista tutto nel far così.
No, sorella mia! Il Signore vuole le opere»
(Castello Interiore 5, 3, 12). Giovanni dice in una delle sue
massime: «Chi non ama il suo prossimo, odia Dio» (Altri avvisi 8).
Uno dei problemi nello
studio teresiano e giovanneo è che il loro insegnamento è stato nascosto
spesso sotto strati di intepretazioni, particolarmente nelle traduzioni, in
maniera abbastanza sottile, dai teologi che hanno imposto le loro idee su
come dovrebbe essere un santo. Da questo processo di revisione Teresa ne è
uscita un po’ meglio di Giovanni, poiché la sua personalità risulta più
chiaramente attraverso i suoi scritti. Giovanni della Croce è stato spesso
presentato con una personalità cupa, il cui unico desiderio sembrava dover
essere quello della fuga dal mondo. Tuttavia un suo biografo ne ha
tratteggiato una figura diversa: «… un essere umano
che è calato nell’amore con Dio nel mondo. Ho scoperto un uomo che è
effettivamente un santo, ma non perché è fuggito dal mondo. Ho scoperto un
uomo che aveva compreso in questa vita che la santità significa cercare e
trovare Dio in questo nostro mondo. Era un uomo per il quale l’Incarnazione
della parola di Dio in Gesù ha significato la consacrazione del mondo e
della storia. Per fray Juan, Dio è uno che parla nel tempo, nella vita, nel
mondo» (Richard
P. Hardy,
Search for nothing.
The life of
John of the Cross,
Crossroad, New York 1982, 3).
Preghiera
Dio, che vuole avere un
rapporto d’amore con l’essere umano, è centrale negli scritti di Teresa e di
Giovanni. Essi vedono la preghiera come il mezzo di comunicazione
privilegiato con Dio. Quel che scaturisce fortemente dalle loro vite e dai
loro scritti è il loro rapporto intenso con Dio e la possibilità che essi
offrono a tutti di una tale relazione.
Qual è il punto centrale
della preghiera? Non sarebbe meglio spendere il nostro tempo in un fruttuoso
lavoro apostolico? Questo è un problema scottante che affronterete quando
entrerete nel lavoro apostolico a tempo pieno. La preghiera è
“vacare Deo”, o
sprecare tempo con Dio e può sembrare che effettivamente si
tratti di uno spreco totale di tempo. L’apostolato spesso vi darà delle
soddisfazioni maggiori e sarà molto più attraente della preghiera. Qualche
persona è attratta più naturalmente dalla vita calma che non nelle
occupazioni apostoliche. Come sapete abbiamo comunità eremitiche
nell’Ordine. Vi prego, però, di non avere una nozione romantica del rimanere
tutto il giorno nelle vostre celle in preghiera. Questi uomini e donne
compiono un lavoro molto duro. La maggior parte di noi è completamente
coinvolta nel mondo svolgendo apostolati attivi. Le nostre Costituzioni
chiariscono qual è lo scopo principale del nostro lavoro:
«Fedeli al patrimonio spirituale dell’Ordine,
indirizziamo il nostro molteplice lavoro a far crescere la ricerca di Dio e
la vita di orazione» (Cost. 95).
Teresa abbandonò
l’incontro personale con Dio nella preghiera. La ragione era che ella ebbe
paura di incontrare Dio nella preghiera personale perché, come lei pensava,
la sua vita non era buona (Vita, 6). Tuttavia riuscì a conservare
esternamente un’apparenza di virtù e tutti pensavano bene di lei. C’è un
paradosso comune: chi si fa più vicino a Dio sembra essere il più
manchevole. I santi non paragonano se stessi agli altri ma guardano se
stessi alla luce dell’amore di Dio per loro. Essi realizzano quanto piccoli
siano per via dell’amore di Dio per loro. Il fatto che spesso sembriamo
essere più manchevoli quando ci avviciniamo a Dio non vuol dire che
effettivamente lo siamo. Anzi, paradossalmente, spesso significa proprio che
stiamo progredendo. Sembra che stiamo diventando manchevoli perché
diventiamo capaci di sopportare una luce più forte e la luce di Dio mette a
nudo quel che noi siamo veramente. Impariamo così il nostro grande bisogno
di Dio. Come santa Teresa ha scritto in merito alla preghiera, dobbiamo
avere molta determinata determinazione nel non desistere, qualunque cosa
accada (Cammino di perfezione, 21).
La nostra tendenza è di
giudicare la preghiera in base a come noi ci sentiamo. Pensiamo che la
preghiera è andata bene quando siamo stati in santa pace o quando abbiamo
una comprensione reale nella fede. Crediamo che la preghiera sia andata male
quando siamo stati distratti o disturbati. Tuttavia non possiamo giudicare
la nostra relazione con Dio in base alla nostra sensibilità. L’unico modo di
giudicare è in base alla vita esterna. La prima lettera di Giovanni rimarca
questo concetto chiaramente: «Se uno dicesse: “Io
amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il
proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv
4, 20). Una preghiera vera sarà riflessa nelle nostre azioni. La preghiera
non è un lusso nella vita attiva dei cristiani impegnati. Essa è necessaria
perché è con la preghiera che ci si relaziona a Dio. Il giusto rapporto fra
preghiera e comportamento non risiede nel fatto che questi ha la supremazia
e la preghiera gli è di aiuto, ma è la preghiera che deve avere la
supremazia ed il comportamento esserne il banco di prova.
Noi preghiamo perché in
qualche modo Dio tocca le nostre vite. Desideriamo pregare perché Dio ci
chiama e la preghiera è la nostra risposta. La preghiera è un mistero perché
è un incontro personale con il Mistero Ultimo. Dio stesso inizia questo
incontro personale. Dio oltrepassa l’ampio baratro che esiste fra Lui e le
Sue creature per mezzo di Suo Figlio. Tuttavia, poiché la preghiera è un
incontro personale, poiché è un dialogo, si richiede da parte nostra un
certo impegno nella risposta. In primo luogo dobbiamo sforzarci di ascoltare
Dio, sostenuti sempre dalla grazia di Dio. Il nostro impegno di ascoltare e
rispondere a quel che Dio ci dice è un aspetto da affrontare sia con la
testa che con il cuore. Dobbiamo imparare a familiarizzarci con Dio.
Possiamo acquisire tale familiarità con Dio leggendo la Bibbia, leggendo di
teologia e di spiritualità. Questo è paragonabile a quanto succede fra gli
esseri umani nella fase iniziale di un rapporto personale.
Quando iniziamo a pregare
seriamente, generalmente il nostro amore per Dio non è molto forte. A questo
tempo è bene leggere ecc. ma soprattutto dare tempo a Dio. Quanto tempo? Le
Costituzioni dicono: «Ad aumentare in noi lo
spirito di contemplazione è di grandissimo aiuto l’orazione silenziosa. Ad
essa, quindi, dobbiamo dedicare ogni giorno un tempo adeguato» (Cost.
90).
Per i carmelitani il
silenzio è una virtù molto importante. Dalla nostra Regola sappiamo che il
silenzio è il culto della giustizia (Regola, 21). Le parole e le
azioni che non provengono da un cuore silenzioso conducono all’ingiustizia e
si aggiungono semplicemente ai problemi del mondo, non aggiungendo nulla
alla loro soluzione. Per silenzio non intendo lo stare seduti nelle proprie
stanze a studiare senza musica: questo non è silenzio, ma studio. Dobbiamo
avere una solida pratica quotidiana di preghiera in cui il silenzio è un
importante elemento. La lectio divina è un metodo di preghiera in uso
da secoli. In esso c’è un tempo per leggere, un tempo per meditare su ciò
che si è letto, un tempo per rispondere a quanto si è letto e, quindi, un
tempo in cui si ripone la Bibbia e si lasciano andare persino le parole
sante e i relativi pensieri permettendo alla Parola di Dio di prendere
dimora nel cuore. Permettiamo a Dio di parlarci in silenzio o ci difendiamo
da Lui? Il “falso sé” odia il silenzio perché questi punta il riflettore su
di esso e ci sarà, così, sempre la tentazione di riempire il silenzio con
parole e pensieri e faremo di tutto pur di distrarci da questo terribile
silenzio! Qualunque tipo di preghiera voi usiate quotidianamente, per essere
realmente efficace nel cammino di trasformazione, deve includere lunghi
periodi di silenzio.
Abbiamo bisogno di
apprendere come diventare silenti. Il primo frutto di una preghiera
autentica è l’auto-conoscenza, che sempre rimane parte essenziale di una
sana vita spirituale (Castello Interiore I, 2, 8-9). Non possiamo
giungere a conoscere Dio senza imparare molte cose su noi stessi, anche se
questo spesso è molto doloroso. Quando apprendiamo alcuni fatti dolorosi su
noi stessi, dobbiamo provare a fare qualcosa. La nostra preghiera non andrà
bene se noi rifiuteremo di abbandonare alcuni peccati.
«Non importa quanto alta possa essere la tua contemplazione, cerca sempre
di iniziare e finire la tua preghiera con la conoscenza di te stesso»
(C. 39, 5).
All’inizio nella
preghiera proviamo ad imparare chi è Dio. Utilizziamo la nostra testa, la
nostra intelligenza, così che possiamo comprendere ciò che nutre il nostro
cuore per giungere ad amare Dio. Questo è il percorso della meditazione che,
in senso stretto, non è preghiera, ma una preparazione essenziale alla
preghiera vera che inizia quando i nostri cuori sono in comunicazione con il
cuore di Dio. Teresa si ricorda che nella preghiera l’importante è
«non il molto pensare ma il molto amare»
(Castello Interiore 4, 1, 7; Fondazioni 5, 2).
Se siamo fedeli a Dio
nella preghiera e nella vita quotidiana, probabilmente noteremo che dopo un
certo tempo è abbastanza facile pregare, che non avremo bisogno di molta
preparazione per lasciare che il nostro cuore parli al cuore di Dio. Può
giungere un tempo nel quale è necessaria poca o nessuna preparazione
immediata per la preghiera, per mezzo della meditazione, – appena andiamo
pregare, possiamo immediatamente prendere parte al dialogo con Dio. Ci sono
periodi, tuttavia, nei quali diventa molto difficile pregare.
Il viaggio spirituale è
essere trasformati in Dio. Da notare con molta attenzione che il verbo è
passivo, cioè non siamo noi a trasformare, ma è solo lavoro di Dio. Non è
nelle nostre capacità, semplicemente non possiamo trasformare noi stessi per
quanto duramente ci proviamo, per quanta penitenza facciamo, per quante
azioni buone accumuliamo, per quante comunioni ammassiamo. Mai possiamo
diventare santi facendo qualcosa. Soltanto Dio può renderci santi. Il nostro
impegno è semplicemente acconsentire alla presenza e all’azione di Dio nelle
nostre vite – operazione che è molto difficile, molto più difficile di
qualsiasi azione volontariamente assunta.
La Regola assume il ritmo
di lectio divina, che conduce verso la contemplazione. Possiamo
decidere di leggere la Parola di Dio e riflettere su di essa. La nostra
risposta alla Parola è solitamente spontanea e il frutto di questa nostra
lectio ed è qualcosa che ancora dipende da noi. La preghiera
contemplativa, invece, ci è donata. Non possiamo controllare quando giungere
alla preghiera contemplativa. È azione trasformante di Dio in noi e, in un
certo senso, siamo messi a dormire mentre Dio, il grande Medico,
opera nella nostra profondità per trasformare gli incavi nascosti dei nostri
cuori nell’immagine di Cristo. Il processo contemplativo continua nella vita
quotidiana ma raggiunge il massimo punteggio nella preghiera contemplativa.
Non può essere afferrato; può essere soltanto ricevuto:
«Esso è tanto delicato che, pur avendo la voglia e
l’attenzione a sentirlo, di solito non si percepisce, perché, ripeto, esso
agisce nel riposo più assoluto e nell’oblio totale dell’anima. È come l’aria
che sfugge di mano quando la si vuole afferrare» (Notte Oscura
I, 9, 6). Al principio, la contemplazione è così vaga e delicata che
l’individuo sarà normalmente ignaro che sta avvenendo qualche cosa di
insolito. In alcune persone questa consapevolezza si sviluppa enormemente e
possiamo vedere i risultati di questa consapevolezza contemplativa
nell’abbondanza di letteratura mistica nel corso dei secoli.
La contemplazione non è
un premio che Dio dà eccezionalmente a poche anime sante per la loro virtù.
Giovanni della Croce dice che la contemplazione inizia quando Dio conduce
l’anima nella notte oscura (Notte Oscura I, 1, 1). La contemplazione
è, perciò, non un premio per la santità, ma una necessità per diventare
santi perché le varie fasi della notte oscura ci purifichino da tutto ciò
che non è Dio. La contemplazione è un processo di graduale trasformazione in
Cristo. Come carmelitani incontreremo laici che vengono da noi
interrogandoci sulle problematiche della preghiera e si aspettano che noi
conosciamo questo tipo di cose per esperienza.
Il modo in cui Dio
distrugge ciò che in noi è sbagliato e cura le ferite emotive di una vita è
attraverso la notte oscura, il famoso esempio di san Giovanni della Croce.
Le vie di Dio non sono le nostre vie e i suoi pensieri non sono i nostri.
Dio spesso capovolge e ribalta la nostra idea di viaggio spirituale. Il modo
in cui Dio opera può andare contro tutto ciò che immaginiamo e quando questo
accade le cose sembrano davvero oscure.
La trasformazione non è
semplicemente un cambiamento di due o tre cose esteriori; è un profondo
cambiamento di ciò che ci motiva nella nostra vita quotidiana. La nostra
motivazione ci è spesso nascosta ma determina il modo in cui agiamo e
reagiamo durante il giorno. È questa motivazione che dev’essere purificata
ad un certo punto del nostro viaggio. Il nostro comportamento esteriore può
essere angelico, o può essere una crocifissione per noi e/o per gli altri,
ma noi non possiamo cambiare veramente finché non abbiamo cambiato le
radici. Cambiare il comportamento esteriore è spesso necessario ma nessun
cambiamento dura fino a quando la sottostante motivazione non è cambiata.
Questo aspetto è il più difficile.
Il “falso sé” è il modo
in cui ciascuno di noi cerca di difendere dagli attacchi ciò che pensa
essere l’io. Perché la trasformazione abbia luogo, dobbiamo
cooperare, lasciando andare il “falso sé”; dobbiamo davvero morire per
ricevere vita in abbondanza. Questo coinvolge un continuo combattimento
contro ogni manifestazione del “falso sé” che contagia di sé ogni aspetto
delle nostre vite: emotiva, intellettuale, sociale e, addirittura,
spirituale. Il sacramento della riconciliazione e la direzione spirituale
sono aiuti molto importanti sulla via della trasformazione e se noi restiamo
impigliati nella rete del peccato grave, questi aiuti possono essere
essenziali. Il “falso sé” è molto sottile e la sua prima difesa è quella di
assicurarci che non esiste. Abbiamo una vasta metodologia per razionalizzare
il nostro comportamento: è sempre colpa degli altri ciò che succede, io non
sono responsabile di nulla. Se noi facciamo l’esperienza del tumulto
emotivo, questo è il segno sicuro che il problema risiede in noi e noi
dobbiamo guardare ciò che cerchiamo di evitare, ottenere o tenere. Spesso
abbiamo l’abitudine di non dirci responsabili di nulla e quindi non abbiamo
bisogno di riflettere sul nostro comportamento. L’unico modo che abbiamo per
diventare attenti alla presenza del “falso sé” è permettergli di venire alla
superficie in silenzio. Esso emerge nel nostro brusio interiore o come
un’onda di disagio che ci rende fastidioso il silenzio. Possiamo facilmente
ignorarlo dandoci all’attività, (anche nella preghiera) o lavorando, ma
dobbiamo essere vigili per non reprimere quello che Dio ci sta dicendo.
È molto importante
ricordare le parole del saggio: «Figlio, se ti
presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore
retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione. Sta’ unito
a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni.
Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il
fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore.
Affidati a lui ed egli ti aiuterà; segui la via diritta e spera in lui»
(Sir 2, 1-6).
La motivazione di questa
prova è che noi abbiamo bisogno di essere purificati, e così saremo atti a
servire gli altri con un cuore puro. Tuttavia, non iniziamo il viaggio con
un cuore puro; si tratta di un processo graduale. Molto spesso la nostra
preghiera è arida, ma questo non significa che Dio non ci parli. Dio
normalmente parla al di fuori del tempo della preghiera, nella nostra
quotidianità. Il processo contemplativo è molto più ampio del tempo che noi
diamo alla preghiera. Ma noi non saremo contemplativi se non trascorreremo
del tempo con Dio da soli: questo è un’importante parte della nostra vita. È
durante questo tempo che Dio gradualmente purifica i nostri sensi spirituali
in modo che possiamo essere in grado di discernere la voce di Dio in mezzo a
molte altre voci che quotidianamente sentiamo. A volte Dio usa parole di
consolazione, ma a volte pone l’accento su ciò che necessita di cambiamento.
È vitale che lo si accetti e che si faccia qualcosa: diversamente non si
crescerebbe. Certamente, il nostro “falso sé” userà ogni tipo di argomento
per non cambiare e questo sembrerà ragionevole. Dobbiamo permettere ad ogni
forte emozione di acquietarsi e quindi chiederci cosa possiamo apprendere da
ciò che è stato detto o da ciò che abbiamo percepito di noi stessi. È molto
utile chiedersi perché queste forti emozioni sono emerse. Lentamente noi ci
libereremo delle nostre opinioni e saremo in grado di discernere quel che
Dio ci sta dicendo.
Il cuore umano è molto
sottile e richiede una profonda purificazione: questa è la finalità del
viaggio contemplativo e della notte oscura. Mentre noi cresciamo nella
somiglianza con Cristo, ci rendiamo conto di quello che siamo. Si tratta di
un dono di Dio ed è il risultato della purificazione divina e dell’azione
trasformante nell’essere umano.
La nostra vocazione
carmelitana è molto profonda. Siamo chiamati a servire la gente come
comunità contemplative. Rispondendo alla chiamata di Cristo a seguirlo, ci
impegniamo nel far nostra la sua visione e i suoi valori, ma presto ci
rendiamo conto che siamo incapaci di viverli. Man mano che maturiamo nella
nostra relazione con Dio, Gli facciamo spazio perché ci purifichi in modo da
poter vedere come Lui vede ed ama. Questo modo di vedere e di amare è
doloroso per gli esseri umani perché richiede una radicale trasformazione
del cuore. Il pianto del povero penetra le nostre difese e le nostre
risposte, libera dalle distorsioni del “falso sé”, proviene da un cuore
puro. Il papa Giovanni Paolo II ci ricorda che il «Cristo
raggiunto nella contemplazione è lo stesso che vive e soffre nei poveri»
(Vita Consecrata, 82).
La contemplazione è un
puro dono di Dio. Come la salvezza, non può essere meritata. Dio non è un
idolo che possiamo tenere sotto controllo attraverso l’ortoprassi. Non
possiamo forzare Dio perché ci gratifichi con il dono della contemplazione,
negli ultimi stadi della quale siamo uniti con Lui in un modo che le parole
non possono esprimere e la nostra comprensione non può cogliere: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo
amano» (1Cor 2, 9-10). La conoscenza che noi raggiungiamo
attraverso la contemplazione è di una tipologia che non possiamo apprendere
nello studio. Dio impartisce una vera conoscenza di Se stesso ai nostri
cuori. Possiamo solo fare ciò che è in nostro potere per prepararci con i
mezzi della fedeltà alla preghiera e soprattutto mostrando il nostro amore
per Dio, praticando l’amore attivo verso i nostri vicini.
La contemplazione, o la
preghiera mistica, non deve essere confusa con i fenomeni delle visioni o
delle estasi o locuzioni o qualunque altra cosa possiamo aver letto. Questi
sono gli effetti del potere di Dio, che sorge nel cuore e che si verifica in
un numero esiguo di persone. Per la maggioranza delle persone il processo
della trasformazione ha luogo nell’oscurità.
Il cammino della perfezione cristiana
Ci sono fondamentalmente
due diverse vie per la perfezione nella vita cristiana? Ce ne sono solo
alcune chiamate per il “cammino mistico”? Né Teresa né Giovanni rispondono
direttamente a questa domanda, ma possiamo trovare una o due allusioni nei
loro scritti. Ognuno di noi è chiamato alla santità. Ognuno di noi è
chiamato ad essere santo in un modo unico, al fine di aggiungere splendore
al corpo di Cristo. Dato che non possiamo essere santi come la Vergine
Maria, questo non significa che dobbiamo accontentarci della mediocrità. Il
primo comandamento è che noi amiamo il Signore, nostro Dio, con tutto il
nostro essere. I mistici ci mostrano lo che lo spirito umano, infuso del
dono dello Spirito Santo, è capace. Forse nessuno di noi raggiungerà le
vette della santità di san Giovanni della Croce o di santa Teresa d’Avila,
ma ognuno di noi è chiamato a svilupparsi al massimo delle proprie
potenzialità umane e questo è il lavoro di Dio e noi dobbiamo cooperare con
la grazia.
Io credo che ci sia una
sola via alla perfezione nella vita cristiana e questo significa che noi
permettiamo a Dio di porre la sua dimora dentro di noi, affinché
gradualmente prenda il controllo sulle nostre vite, fino a quando noi saremo
in Lui. Da parte nostra, dobbiamo comprendere la nostra personale povertà,
la nostra personale inabilità e quindi permettere a Dio di operare. Non
possiamo avere santità in noi stessi. Dio è la nostra santità. La domanda
sulle due vie o sull’unica via è molto importante. Se ci fossero due
distinte vie alla perfezione cristiana, allora una gran parte degli scritti
di Teresa e, virtualmente, ogni cosa che Giovanni della Croce ha scritto,
sarebbero interessanti da un punto di vista letterario, ma irrilevanti per
molti di noi. Tuttavia, se c’è un solo cammino allora possiamo scoprire sia
in Teresa che in Giovanni i principi fondamentali per cooperare con Dio
nella sua grande opera di trasformazione e purificazione dello spirito
umano.
Ci sono un gran numero di
elementi della spiritualità carmelitana che io non ho menzionato perché
l’intera spiritualità carmelitana non è contenuta in questi due grandi
santi. Se volete sapere a che ora c’è il volo Iberia da Madrid a Roma
domani, dovete guardare l’orario dei voli e non quello dei treni. Non
aspettatevi di trovare tutto in Teresa e Giovanni. Non è necessario citare
Teresa o Giovanni per tutte le occasioni. Cionondimeno, entrambi restano di
una grande importanza per la spiritualità carmelitana di oggi e per il suo
futuro sviluppo. Dobbiamo essere uomini di preghiera. Come dicono le nostre
Costituzioni: «Dal suo inizio l’Ordine Carmelitano
ha assunto sia una vita di preghiera che un apostolato della preghiera. La
preghiera è il centro ineliminabile della nostra vita e da essa sgorgano una
comunità e un ministero autentici» (Cost. 64).
Né Teresa né Giovanni
intendevano avere l’ultima parola sulla preghiera ma ciò che scrivono è
sicuramente un insegnamento sicuro e questo è riconosciuto dall’intera
Chiesa quando sono stati dichiarati Dottori. Al giorno d’oggi, molte
persone, le loro anime affamate dal secolarismo dei tempi moderni, stanno
cercando Dio. Non lo cercano nei luoghi tradizionali, cioè nelle istituzioni
religiose. Il Capitolo Generale del 1995 ha sfidato l’Ordine ad andare fuori
verso i nuovi “aeropaghi”, i nuovi posti di incontro del mondo. La ricerca
di spiritualità spesso ha luogo in internet. Dobbiamo essere là e altrove
con la nostra spiritualità che ha arricchito tante persone negli ottocento
anni trascorsi. Soprattutto ciò che importa è che viviamo questa
spiritualità noi per primi. Né Teresa né Giovanni conoscevano questo nuovo
mondo, ma i loro scritti restano di una modernità sconcertante.
«Il
mio Amato: le montagne,
le boscose valli solitarie,
le isole esotiche,
i fiumi rumorosi,
il mormorio delle brezze amorose,
la notte tranquilla
al primo levarsi dell’aurora,
la musica silenziosa,
la solitudine sonora,
la cena che ricrea e innamora»
(Cantico Spirituale, str.
Joseph Chalmers, O. Carm.
Priore Generale