STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"

"Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"

Prima

Chi Siamo

Lo Studentato

Il Carmelo

Eventi

Immagini

Notizie

Vocazione

 

Conferenza fatta dal padre generale Joseph Chalmers all'incontro degli Studenti Carmelitani in Spagna

(26 luglio- 5 agosto 2005)

 

Importanza di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce

per la spiritualità carmelitana oggi

 

Alla fine di questo corso credo che tutti voi siate esperti nella spiritualità di Teresa e di Giovanni e così è meglio che io stia attento!

Dal momento che tutti siamo “individui”, ciascuno di noi ha il suo proprio particolare modo di vivere il Vangelo come risposta personale alla chiamata del Cristo a seguirlo. Le grandi tradizioni spirituali – carmelitana, francescana, gesuita, domenicana – si sono evolute nel corso di centinaia di anni e ancora sono in evoluzione. Nella tradizione carmelitana, tutti noi abbiamo trovato la nostra casa e la strada che ci aiuta a diventare ciò che Dio sa che noi siamo. Se le grandi tradizioni spirituali non riescono a svilupparsi e non sono lungimiranti nell’accompagnare le persone nella loro sequela del Cristo nelle circostanze di ogni nuovo tempo, esse moriranno e lasceranno il posto a nuovi movimenti.

Fonti della spiritualità carmelitana sono naturalmente il Vangelo, che è la suprema legge per tutti i religiosi (cfr Perfectae Caritatis, 2), seguito poi dalla Regola, dalle Costituzioni e dalle figure del profeta Elia e di Maria. Santa Teresa e San Giovanni della Croce furono formati e nutriti in questa tradizione spirituale. Essi non sono nati dal nulla: hanno sviluppato la tradizione che, certamente, non è iniziata con loro né si è fermata dopo la loro morte. La popolarità di Teresa e di Giovanni va ben al di là della Chiesa Cattolica e perfino oltre i limiti della cristianità. Per capire la loro importanza per noi, dobbiamo guardare brevemente ad alcune situazioni attuali.

Al giorno d’oggi sembra che noi viviamo in un mondo senza speranza. Il nostro mondo è dilaniato da guerre, dichiarate o meno; due terzi dell’umanità vivono in tremenda povertà mentre una minoranza ha troppo; molti sono i morti di inedia, mentre nell’ovest ci si preoccupa di come combattere l’obesità; il secolarismo si sta espandendo fortemente, soprattutto nell’ovest; un ateismo pratico è la norma. L’ateismo intellettuale del diciannovesimo secolo ha prodotto orgoglio nel successo umano. Si è creduto che l’essere umano era maturo e che non ci fosse più necessità di Dio. L’essere divino non era più necessario per riempire le lacune nella conoscenza umana perché, lo si è creduto fermamente, gli esseri umani ben presto avrebbero potuto fare da soli. Tale convinzione è stata scossa da tutte le guerre nelle quali il nostro mondo è stato ed è coinvolto, dal terrorismo e dagli eventi come lo tsunami in Asia, che ha reso evidente che gli esseri umani sono molto piccoli di fronte ai possenti avvenimenti della natura.

La scienza, la tecnologia e l’industrializzazione veloce dell’ovest non sono riuscite a mantenere le loro promesse. Le scoperte scientifiche sono state emozionanti e hanno prodotto beni di consumo come mai prima. Attraverso internet possiamo comunicare quasi istantaneamente con persone distanti migliaia di chilometri. Tuttavia, sembriamo perdere la nostra anima. Il valore è misurato da quel che possiamo produrre. Un problema enorme, almeno per le società occidentali, è costituito dalle droghe, che sono un tentativo di fuoriuscire dalla realtà, sperimentata spesso come troppo dolorosa. L’umanità si è mossa da una speranza illimitata alla disperazione. Tuttavia, in mezzo alla disperazione, c’è stato un nuovo aumento ed interesse nello spirituale, anche se non nelle religioni istituzionali. Possiamo vedere un esempio di questo interesse nei confronti della spiritualità nella pubblicità enorme data alla morte ed ai funerali di papa Giovanni Paolo II, così come nel Conclave che ne è seguito.

Gli anni ‘60 e gli inizi degli anni ‘70 hanno visto rivoluzioni nelle società occidentali: molti giovani hanno deciso di rigettare gli pseudo valori del consumismo; c’era un grande interesse fra i giovani occidentali per la mistica orientale; le forme più esuberanti della rivoluzione sono sparite ma è rimasta un’inquietudine, una sete, una fame di Dio. Giovanni della Croce e Teresa di Gesù parlano alla fame di tanta gente per l’Assoluto. Entrambi presentano un Dio trascendente che è allo stesso tempo molto vicino a noi. Né l’uno né l’altro propone un percorso facile, ma la maggior parte delle persone non crede nelle risposte facili. Sia Giovanni che Teresa dicono la verità: se qualcosa è degna di essere avuta, allora è degno soffrire per essa. Entrambi ripropongono il messaggio del Vangelo: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33; Lc 12, 31), «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10, 39.16, 25; Mc 8, 35; Lc 9, 24. 17, 33; Gv 12, 25).

 

Teresa, Giovanni e la spiritualità carmelitana

 

Nella vita e negli scritti di Teresa e Giovanni, vediamo che la vita spirituale non è un cammino distinto dalla vita reale. La spiritualità carmelitana, con le sue radici nella Regola e nell’esperienza degli eremiti sul Monte Carmelo, ha dato vita a molti movimenti negli ottocento anni della sua esistenza: la maggior parte di essi hanno sottolineato la contemplazione e Teresa e Giovanni sono esperti riconosciuti in quest’area. Entrambi parlano della possibilità di sperimentare il divino ed il percorso che deve essere seguito è quello della vita di preghiera.

Sapete molto bene che Teresa e Giovanni facevano parte di un movimento ampio, specialmente in Spagna, che portava avanti l’«orazione mentale», come veniva chiamata. Siete a conoscenza anche di tutti i problemi correlati con questo movimento nel quale era implicata la stessa Inquisizione. Nemici sia di Teresa che di Giovanni di tanto in tanto li hanno segnalati a questo organismo ma niente di serio è venuto mai dalle loro accuse, anche se entrambi hanno dovuto fare molta attenzione. Malgrado i pericoli, né Teresa né Giovanni hanno potuto ignorare la loro chiamata: stavano rispondendo con tutto il loro cuore a Colui dal quale erano conosciuti e amati. La definizione di Teresa della preghiera mentale era molto semplice, ma allo stesso tempo molto profonda: «L’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento, da solo a solo, con Colui da cui sappiamo d’essere amati» (Vita 8,5). Giovanni scrive: «Chi fluisce dalla preghiera, fluisce da tutto ciò che è buono» (Altri Avvisi, 11).

Nel corso della storia dell’Ordine è indubitabile che la contemplazione sia stata sempre compresa come il cuore del carisma carmelitano. L’Institutio Primorum Monachorum, che per centinaia di anni è stato il documento di formazione per tutti i giovani carmelitani, così dice: «Di questa vita viene riconosciuto un duplice fine. Uno è quello che conseguiamo con l’aiuto della grazia divina attraverso l’esercizio faticoso e la pratica delle virtù; questo fine, che consiste nell’offrire a Dio un cuore santo e puro da ogni macchia attuale di peccato, lo conseguiamo quando siamo perfetti e nascosti “in Cherit”, cioè in quell’amore che, come dice il Sapiente, “ricopre ogni colpa” (Pr 10, 12) […] L’altro fine di questa vita, che ci viene assegnato per esclusivo dono di Dio, consiste nel gustare in qualche modo nel proprio cuore e nello sperimentare nella propria mente, non solo dopo la morte, ma anche in questa vita mortale, la potenza della presenza divina e la dolcezza della gloria celeste» (Ist. 1, cap. 2).

Santa Teresa e San Giovanni della Croce furono bene formati nella tradizione carmelitana e richiamarono l’Ordine alla sua ispirazione iniziale, così come hanno fatto tutte le altre riforme avvenute nel corso della storia dell’Ordine. La contemplazione è stata definita in diversi modi nel corso del tempo e tali modi di comprenderla sono stati più o meno in contatto con la vita reale dei carmelitani. Nella presentazione attuale del carisma carmelitano, l’Ordine dice quanto segue: «I Carmelitani vivono il loro ossequio a Cristo impegnandosi nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo» (Cost. 14). Un altro articolo delle Costituzioni dice ancora: «La tradizione dell’Ordine ha sempre interpretato la Regola e il carisma fondante come espressione della dimensione contemplativa della vita e a questa vocazione contemplativa si rifanno sempre i grandi maestri spirituali della Famiglia carmelitana» (Cost. 17). Lo stesso articolo delle Costituzioni descrive la contemplazione nel seguente modo: «È questa una esperienza trasformante dell’amore di Dio che sovrasta. Quest’amore ci svuota dai nostri modi umani limitati e imperfetti di pensare, amare e agire; e li trasforma in modi divini» (Cost. 17).

La Ratio chiarisce il ruolo della contemplazione nel carisma dell’Ordine: «La dimensione contemplativa non è soltanto uno tra gli altri elementi del carisma (preghiera, fraternità e servizio), ma è l’elemento dinamico che li unifica tutti. Nella preghiera ci apriamo all’azione di Dio che gradualmente ci trasforma attraverso tutti gli eventi grandi e piccoli della vita. Questo processo di trasformazione ci rende capaci di instaurare e mantenere rapporti fraterni autentici, disponibili al servizio, alla compassione, alla solidarietà, capaci di presentare al Padre i desideri, le angosce, le speranze e le grida degli uomini. La fraternità è il banco di prova dell’autenticità della trasformazione che si va realizzando» (Ratio 23). La Ratio continua: «In questa progressiva e continua trasformazione in Cristo operata in noi dallo Spirito, Dio ci attrae verso di sé in un cammino interiore che porta dalla periferia dispersiva della vita alla cella più interna del nostro essere, dove Egli dimora e ci unisce a sé. Il processo interiore che porta a sviluppare la dimensione contemplativa fa acquistare un atteggiamento aperto alla presenza di Dio nella vita, insegna a vedere il mondo con i suoi occhi, spinge a cercare il suo volto, a riconoscerlo, ad amarlo e a servirlo nei fratelli» (Ratio 24).

So che alcuni vedono delle difficoltà nella differenza fra le Costituzioni e la Ratio nella spiegazione della contemplazione, ma personalmente non le noto. Il deserto è stato spesso usato come eufemismo per il percorso della contemplazione (cfr Fiamma Viva B 3, 38).

 

Il viaggio spirituale

 

La prova del progresso nel viaggio spirituale è se stiamo diventando esseri migliori: «La fraternità è il banco di prova dell’autenticità della trasformazione che si va realizzando» (Ratio, 23). Questo è molto chiaro anche in Santa Teresa. Non possiamo compiere progressi nella vita di preghiera a meno che non progrediamo nell’amore verso Dio e in un pratico amore verso il prossimo (cfr Cammino, 4). Teresa non ha cercato mai di realizzare progressi nella vita spirituale o in una preghiera. Ha cercato di progredire nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Ha scritto, per esempio: «Quando vedo delle anime tutte intente a rendersi conto dell’orazione che hanno e così concentrate quando sono in essa da far pensare che non abbiano ardire di fare il più piccolo movimento né di divergere il pensiero per paura di perdere quel po’ di gusto e di devozione che sentono, mi persuado che non conoscono il cammino dell’unione. Pensano che consista tutto nel far così. No, sorella mia! Il Signore vuole le opere» (Castello Interiore 5, 3, 12). Giovanni dice in una delle sue massime: «Chi non ama il suo prossimo, odia Dio» (Altri avvisi 8).

Uno dei problemi nello studio teresiano e giovanneo è che il loro insegnamento è stato nascosto spesso sotto strati di intepretazioni, particolarmente nelle traduzioni, in maniera abbastanza sottile, dai teologi che hanno imposto le loro idee su come dovrebbe essere un santo. Da questo processo di revisione Teresa ne è uscita un po’ meglio di Giovanni, poiché la sua personalità risulta più chiaramente attraverso i suoi scritti. Giovanni della Croce è stato spesso presentato con una personalità cupa, il cui unico desiderio sembrava dover essere quello della fuga dal mondo. Tuttavia un suo biografo ne ha tratteggiato una figura diversa: «… un essere umano che è calato nell’amore con Dio nel mondo. Ho scoperto un uomo che è effettivamente un santo, ma non perché è fuggito dal mondo. Ho scoperto un uomo che aveva compreso in questa vita che la santità significa cercare e trovare Dio in questo nostro mondo. Era un uomo per il quale l’Incarnazione della parola di Dio in Gesù ha significato la consacrazione del mondo e della storia. Per fray Juan, Dio è uno che parla nel tempo, nella vita, nel mondo» (Richard P. Hardy, Search for nothing. The life of John of the Cross, Crossroad, New York 1982, 3).

 

Preghiera

 

Dio, che vuole avere un rapporto d’amore con l’essere umano, è centrale negli scritti di Teresa e di Giovanni. Essi vedono la preghiera come il mezzo di comunicazione privilegiato con Dio. Quel che scaturisce fortemente dalle loro vite e dai loro scritti è il loro rapporto intenso con Dio e la possibilità che essi offrono a tutti di una tale relazione.

Qual è il punto centrale della preghiera? Non sarebbe meglio spendere il nostro tempo in un fruttuoso lavoro apostolico? Questo è un problema scottante che affronterete quando entrerete nel lavoro apostolico a tempo pieno. La preghiera è “vacare Deo”, o sprecare tempo con Dio e può sembrare che effettivamente si tratti di uno spreco totale di tempo. L’apostolato spesso vi darà delle soddisfazioni maggiori e sarà molto più attraente della preghiera. Qualche persona è attratta più naturalmente dalla vita calma che non nelle occupazioni apostoliche. Come sapete abbiamo comunità eremitiche nell’Ordine. Vi prego, però, di non avere una nozione romantica del rimanere tutto il giorno nelle vostre celle in preghiera. Questi uomini e donne compiono un lavoro molto duro. La maggior parte di noi è completamente coinvolta nel mondo svolgendo apostolati attivi. Le nostre Costituzioni chiariscono qual è lo scopo principale del nostro lavoro: «Fedeli al patrimonio spirituale dell’Ordine, indirizziamo il nostro molteplice lavoro a far crescere la ricerca di Dio e la vita di orazione» (Cost. 95).

Teresa abbandonò l’incontro personale con Dio nella preghiera. La ragione era che ella ebbe paura di incontrare Dio nella preghiera personale perché, come lei pensava, la sua vita non era buona (Vita, 6). Tuttavia riuscì a conservare esternamente un’apparenza di virtù e tutti pensavano bene di lei. C’è un paradosso comune: chi si fa più vicino a Dio sembra essere il più manchevole. I santi non paragonano se stessi agli altri ma guardano se stessi alla luce dell’amore di Dio per loro. Essi realizzano quanto piccoli siano per via dell’amore di Dio per loro. Il fatto che spesso sembriamo essere più manchevoli quando ci avviciniamo a Dio non vuol dire che effettivamente lo siamo. Anzi, paradossalmente, spesso significa proprio che stiamo progredendo. Sembra che stiamo diventando manchevoli perché diventiamo capaci di sopportare una luce più forte e la luce di Dio mette a nudo quel che noi siamo veramente. Impariamo così il nostro grande bisogno di Dio. Come santa Teresa ha scritto in merito alla preghiera, dobbiamo avere molta determinata determinazione nel non desistere, qualunque cosa accada (Cammino di perfezione, 21).

La nostra tendenza è di giudicare la preghiera in base a come noi ci sentiamo. Pensiamo che la preghiera è andata bene quando siamo stati in santa pace o quando abbiamo una comprensione reale nella fede. Crediamo che la preghiera sia andata male quando siamo stati distratti o disturbati. Tuttavia non possiamo giudicare la nostra relazione con Dio in base alla nostra sensibilità. L’unico modo di giudicare è in base alla vita esterna. La prima lettera di Giovanni rimarca questo concetto chiaramente: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20). Una preghiera vera sarà riflessa nelle nostre azioni. La preghiera non è un lusso nella vita attiva dei cristiani impegnati. Essa è necessaria perché è con la preghiera che ci si relaziona a Dio. Il giusto rapporto fra preghiera e comportamento non risiede nel fatto che questi ha la supremazia e la preghiera gli è di aiuto, ma è la preghiera che deve avere la supremazia ed il comportamento esserne il banco di prova.

Noi preghiamo perché in qualche modo Dio tocca le nostre vite. Desideriamo pregare perché Dio ci chiama e la preghiera è la nostra risposta. La preghiera è un mistero perché è un incontro personale con il Mistero Ultimo. Dio stesso inizia questo incontro personale. Dio oltrepassa l’ampio baratro che esiste fra Lui e le Sue creature per mezzo di Suo Figlio.  Tuttavia, poiché la preghiera è un incontro personale, poiché è un dialogo, si richiede da parte nostra un certo impegno nella risposta. In primo luogo dobbiamo sforzarci di ascoltare Dio, sostenuti sempre dalla grazia di Dio. Il nostro impegno di ascoltare e rispondere a quel che Dio ci dice è un aspetto da affrontare sia con la testa che con il cuore. Dobbiamo imparare a familiarizzarci con Dio. Possiamo acquisire tale familiarità con Dio leggendo la Bibbia, leggendo di teologia e di spiritualità. Questo è paragonabile a quanto succede fra gli esseri umani nella fase iniziale di un rapporto personale.

Quando iniziamo a pregare seriamente, generalmente il nostro amore per Dio non è molto forte. A questo tempo è bene leggere ecc. ma soprattutto dare tempo a Dio. Quanto tempo? Le Costituzioni dicono: «Ad aumentare in noi lo spirito di contemplazione è di grandissimo aiuto l’orazione silenziosa. Ad essa, quindi, dobbiamo dedicare ogni giorno un tempo adeguato» (Cost. 90).

Per i carmelitani il silenzio è una virtù molto importante. Dalla nostra Regola sappiamo che il silenzio è il culto della giustizia (Regola, 21). Le parole e le azioni che non provengono da un cuore silenzioso conducono all’ingiustizia e si aggiungono semplicemente ai problemi del mondo, non aggiungendo nulla alla loro soluzione. Per silenzio non intendo lo stare seduti nelle proprie stanze a studiare senza musica: questo non è silenzio, ma studio. Dobbiamo avere una solida pratica quotidiana di preghiera in cui il silenzio è un importante elemento. La lectio divina è un metodo di preghiera in uso da secoli. In esso c’è un tempo per leggere, un tempo per meditare su ciò che si è letto, un tempo per rispondere a quanto si è letto e, quindi, un tempo in cui si ripone la Bibbia e si lasciano andare persino le parole sante e i relativi pensieri permettendo alla Parola di Dio di prendere dimora nel cuore. Permettiamo a Dio di parlarci in silenzio o ci difendiamo da Lui? Il “falso sé” odia il silenzio perché questi punta il riflettore su di esso e ci sarà, così, sempre la tentazione di riempire il silenzio con parole e pensieri e faremo di tutto pur di distrarci da questo terribile silenzio! Qualunque tipo di preghiera voi usiate quotidianamente, per essere realmente efficace nel cammino di trasformazione, deve includere lunghi periodi di silenzio.

Abbiamo bisogno di apprendere come diventare silenti. Il primo frutto di una preghiera autentica è l’auto-conoscenza, che sempre rimane parte essenziale di una sana vita spirituale (Castello Interiore I, 2, 8-9). Non possiamo giungere a conoscere Dio senza imparare molte cose su noi stessi, anche se questo spesso è molto doloroso. Quando apprendiamo alcuni fatti dolorosi su noi stessi, dobbiamo provare a fare qualcosa. La nostra preghiera non andrà bene se noi rifiuteremo di abbandonare alcuni peccati. «Non importa quanto alta possa essere la tua contemplazione, cerca sempre di iniziare e finire la tua preghiera con la conoscenza di te stesso» (C. 39, 5).

All’inizio nella preghiera proviamo ad imparare chi è Dio. Utilizziamo la nostra testa, la nostra intelligenza, così che possiamo comprendere ciò che nutre il nostro cuore per giungere ad amare Dio. Questo è il percorso della meditazione che, in senso stretto, non è preghiera, ma una preparazione essenziale alla preghiera vera che inizia quando i nostri cuori sono in comunicazione con il cuore di Dio. Teresa si ricorda che nella preghiera l’importante è «non il molto pensare ma il molto amare» (Castello Interiore 4, 1, 7; Fondazioni 5, 2).

Se siamo fedeli a Dio nella preghiera e nella vita quotidiana, probabilmente noteremo che dopo un certo tempo è abbastanza facile pregare, che non avremo bisogno di molta preparazione per lasciare che il nostro cuore parli al cuore di Dio. Può giungere un tempo nel quale è necessaria poca o nessuna preparazione immediata per la preghiera, per mezzo della meditazione, – appena andiamo pregare, possiamo immediatamente prendere parte al dialogo con Dio. Ci sono periodi, tuttavia, nei quali diventa molto difficile pregare.

Il viaggio spirituale è essere trasformati in Dio. Da notare con molta attenzione che il verbo è passivo, cioè non siamo noi a trasformare, ma è solo lavoro di Dio. Non è nelle nostre capacità, semplicemente non possiamo trasformare noi stessi per quanto duramente ci proviamo, per quanta penitenza facciamo, per quante azioni buone accumuliamo, per quante comunioni ammassiamo. Mai possiamo diventare santi facendo qualcosa. Soltanto Dio può renderci santi. Il nostro impegno è semplicemente acconsentire alla presenza e all’azione di Dio nelle nostre vite – operazione che è molto difficile, molto più difficile di qualsiasi azione volontariamente assunta.

La Regola assume il ritmo di lectio divina, che conduce verso la contemplazione. Possiamo decidere di leggere la Parola di Dio e riflettere su di essa. La nostra risposta alla Parola è solitamente spontanea e il frutto di questa nostra lectio ed è qualcosa che ancora dipende da noi. La preghiera contemplativa, invece, ci è donata. Non possiamo controllare quando giungere alla preghiera contemplativa. È azione trasformante di Dio in noi e, in un certo senso, siamo messi a dormire mentre Dio, il grande Medico, opera nella nostra profondità per trasformare gli incavi nascosti dei nostri cuori nell’immagine di Cristo. Il processo contemplativo continua nella vita quotidiana ma raggiunge il massimo punteggio nella preghiera contemplativa. Non può essere afferrato; può essere soltanto ricevuto: «Esso è tanto delicato che, pur avendo la voglia e l’attenzione a sentirlo, di solito non si percepisce, perché, ripeto, esso agisce nel riposo più assoluto e nell’oblio totale dell’anima. È come l’aria che sfugge di mano quando la si vuole afferrare» (Notte Oscura I, 9, 6). Al principio, la contemplazione è così vaga e delicata che l’individuo sarà normalmente ignaro che sta avvenendo qualche cosa di insolito. In alcune persone questa consapevolezza si sviluppa enormemente e possiamo vedere i risultati di questa consapevolezza contemplativa nell’abbondanza di letteratura mistica nel corso dei secoli.

La contemplazione non è un premio che Dio dà eccezionalmente a poche anime sante per la loro virtù. Giovanni della Croce dice che la contemplazione inizia quando Dio conduce l’anima nella notte oscura (Notte Oscura I, 1, 1). La contemplazione è, perciò, non un premio per la santità, ma una necessità per diventare santi perché le varie fasi della notte oscura ci purifichino da tutto ciò che non è Dio. La contemplazione è un processo di graduale trasformazione in Cristo. Come carmelitani incontreremo laici che vengono da noi interrogandoci sulle problematiche della preghiera e si aspettano che noi conosciamo questo tipo di cose per esperienza.

Il modo in cui Dio distrugge ciò che in noi è sbagliato e cura le ferite emotive di una vita è attraverso la notte oscura, il famoso esempio di san Giovanni della Croce. Le vie di Dio non sono le nostre vie e i suoi pensieri non sono i nostri. Dio spesso capovolge e ribalta la nostra idea di viaggio spirituale. Il modo in cui Dio opera può andare contro tutto ciò che immaginiamo e quando questo accade le cose sembrano davvero oscure.

La trasformazione non è semplicemente un cambiamento di due o tre cose esteriori; è un profondo cambiamento di ciò che ci motiva nella nostra vita quotidiana. La nostra motivazione ci è spesso nascosta ma determina il modo in cui agiamo e reagiamo durante il giorno. È questa motivazione che dev’essere purificata ad un certo punto del nostro viaggio. Il nostro comportamento esteriore può essere angelico, o può essere una crocifissione per noi e/o per gli altri, ma noi non possiamo cambiare veramente finché non abbiamo cambiato le radici. Cambiare il comportamento esteriore è spesso necessario ma nessun cambiamento dura fino a quando la sottostante motivazione non è cambiata. Questo aspetto è il più difficile.

Il “falso sé” è il modo in cui ciascuno di noi cerca di difendere dagli attacchi ciò che pensa essere l’io. Perché la trasformazione abbia luogo, dobbiamo cooperare, lasciando andare il “falso sé”; dobbiamo davvero morire per ricevere vita in abbondanza. Questo coinvolge un continuo combattimento contro ogni manifestazione del “falso sé” che contagia di sé ogni aspetto delle nostre vite: emotiva, intellettuale, sociale e, addirittura, spirituale. Il sacramento della riconciliazione e la direzione spirituale sono aiuti molto importanti sulla via della trasformazione e se noi restiamo impigliati nella rete del peccato grave, questi aiuti possono essere essenziali. Il “falso sé” è molto sottile e la sua prima difesa è quella di assicurarci che non esiste. Abbiamo una vasta metodologia per razionalizzare il nostro comportamento: è sempre colpa degli altri ciò che succede, io non sono responsabile di nulla. Se noi facciamo l’esperienza del tumulto emotivo, questo è il segno sicuro che il problema risiede in noi e noi dobbiamo guardare ciò che cerchiamo di evitare, ottenere o tenere. Spesso abbiamo l’abitudine di non dirci responsabili di nulla e quindi non abbiamo bisogno di riflettere sul nostro comportamento. L’unico modo che abbiamo per diventare attenti alla presenza del “falso sé” è permettergli di venire alla superficie in silenzio. Esso emerge nel nostro brusio interiore o come un’onda di disagio che ci rende fastidioso il silenzio. Possiamo facilmente ignorarlo dandoci all’attività, (anche nella preghiera) o lavorando, ma dobbiamo essere vigili per non reprimere quello che Dio ci sta dicendo.

È molto importante ricordare le parole del saggio: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione. Sta’ unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Affidati a lui ed egli ti aiuterà; segui la via diritta e spera in lui» (Sir 2, 1-6).

La motivazione di questa prova è che noi abbiamo bisogno di essere purificati, e così saremo atti a servire gli altri con un cuore puro. Tuttavia, non iniziamo il viaggio con un cuore puro; si tratta di un processo graduale. Molto spesso la nostra preghiera è arida, ma questo non significa che Dio non ci parli. Dio normalmente parla al di fuori del tempo della preghiera, nella nostra quotidianità. Il processo contemplativo è molto più ampio del tempo che noi diamo alla preghiera. Ma noi non saremo contemplativi se non trascorreremo del tempo con Dio da soli: questo è un’importante parte della nostra vita. È durante questo tempo che Dio gradualmente purifica i nostri sensi spirituali in modo che possiamo essere in grado di discernere la voce di Dio in mezzo a molte altre voci che quotidianamente sentiamo. A volte Dio usa parole di consolazione, ma a volte pone l’accento su ciò che necessita di cambiamento. È vitale che lo si accetti e che si faccia qualcosa: diversamente non si crescerebbe. Certamente, il nostro “falso sé” userà ogni tipo di argomento per non cambiare e questo sembrerà ragionevole. Dobbiamo permettere ad ogni forte emozione di acquietarsi e quindi chiederci cosa possiamo apprendere da ciò che è stato detto o da ciò che abbiamo percepito di noi stessi. È molto utile chiedersi perché queste forti emozioni sono emerse. Lentamente noi ci libereremo delle nostre opinioni e saremo in grado di discernere quel che Dio ci sta dicendo.

Il cuore umano è molto sottile e richiede una profonda purificazione: questa è la finalità del viaggio contemplativo e della notte oscura. Mentre noi cresciamo nella somiglianza con Cristo, ci rendiamo conto di quello che siamo. Si tratta di un dono di Dio ed è il risultato della purificazione divina e dell’azione trasformante nell’essere umano.

La nostra vocazione carmelitana è molto profonda. Siamo chiamati a servire la gente come comunità contemplative. Rispondendo alla chiamata di Cristo a seguirlo, ci impegniamo nel far nostra la sua visione e i suoi valori, ma presto ci rendiamo conto che siamo incapaci di viverli. Man mano che maturiamo nella nostra relazione con Dio, Gli facciamo spazio perché ci purifichi in modo da poter vedere come Lui vede ed ama. Questo modo di vedere e di amare è doloroso per gli esseri umani perché richiede una radicale trasformazione del cuore. Il pianto del povero penetra le nostre difese e le nostre risposte, libera dalle distorsioni del “falso sé”, proviene da un cuore puro. Il papa Giovanni Paolo II ci ricorda che il «Cristo raggiunto nella contemplazione è lo stesso che vive e soffre nei poveri» (Vita Consecrata, 82).

La contemplazione è un puro dono di Dio. Come la salvezza, non può essere meritata. Dio non è un idolo che possiamo tenere sotto controllo attraverso l’ortoprassi. Non possiamo forzare Dio perché ci gratifichi con il dono della contemplazione, negli ultimi stadi della quale siamo uniti con Lui in un modo che le parole non possono esprimere e la nostra comprensione non può cogliere: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2, 9-10). La conoscenza che noi raggiungiamo attraverso la contemplazione è di una tipologia che non possiamo apprendere nello studio. Dio impartisce una vera conoscenza di Se stesso ai nostri cuori. Possiamo solo fare ciò che è in nostro potere per prepararci con i mezzi della fedeltà alla preghiera e soprattutto mostrando il nostro amore per Dio, praticando l’amore attivo verso i nostri vicini.

La contemplazione, o la preghiera mistica, non deve essere confusa con i fenomeni delle visioni o delle estasi o locuzioni o qualunque altra cosa possiamo aver letto. Questi sono gli effetti del potere di Dio, che sorge nel cuore e che si verifica in un numero esiguo di persone. Per la maggioranza delle persone il processo della trasformazione ha luogo nell’oscurità.

 

Il cammino della perfezione cristiana

 

Ci sono fondamentalmente due diverse vie per la perfezione nella vita cristiana? Ce ne sono solo alcune chiamate per il “cammino mistico”? Né Teresa né Giovanni rispondono direttamente a questa domanda, ma possiamo trovare una o due allusioni nei loro scritti. Ognuno di noi è chiamato alla santità. Ognuno di noi è chiamato ad essere santo in un modo unico, al fine di aggiungere splendore al corpo di Cristo. Dato che non possiamo essere santi come la Vergine Maria, questo non significa che dobbiamo accontentarci della mediocrità. Il primo comandamento è che noi amiamo il Signore, nostro Dio, con tutto il nostro essere. I mistici ci mostrano lo che lo spirito umano, infuso del dono dello Spirito Santo, è capace. Forse nessuno di noi raggiungerà le vette della santità di san Giovanni della Croce o di santa Teresa d’Avila, ma ognuno di noi è chiamato a svilupparsi al massimo delle proprie potenzialità umane e questo è il lavoro di Dio e noi dobbiamo cooperare con la grazia.

Io credo che ci sia una sola via alla perfezione nella vita cristiana e questo significa che noi permettiamo a Dio di porre la sua dimora dentro di noi, affinché gradualmente prenda il controllo sulle nostre vite, fino a quando noi saremo in Lui. Da parte nostra, dobbiamo comprendere la nostra personale povertà, la nostra personale inabilità e quindi permettere a Dio di operare. Non possiamo avere santità in noi stessi. Dio è la nostra santità. La domanda sulle due vie o sull’unica via è molto importante. Se ci fossero due distinte vie alla perfezione cristiana, allora una gran parte degli scritti di Teresa e, virtualmente, ogni cosa che Giovanni della Croce ha scritto, sarebbero interessanti da un punto di vista letterario, ma irrilevanti per molti di noi. Tuttavia, se c’è un solo cammino allora possiamo scoprire sia in Teresa che in Giovanni i principi fondamentali per cooperare con Dio nella sua grande opera di trasformazione e purificazione dello spirito umano.

Ci sono un gran numero di elementi della spiritualità carmelitana che io non ho menzionato perché l’intera spiritualità carmelitana non è contenuta in questi due grandi santi. Se volete sapere a che ora c’è il volo Iberia da Madrid a Roma domani, dovete guardare l’orario dei voli e non quello dei treni. Non aspettatevi di trovare tutto in Teresa e Giovanni. Non è necessario citare Teresa o Giovanni per tutte le occasioni. Cionondimeno, entrambi restano di una grande importanza per la spiritualità carmelitana di oggi e per il suo futuro sviluppo. Dobbiamo essere uomini di preghiera. Come dicono le nostre Costituzioni: «Dal suo inizio l’Ordine Carmelitano ha assunto sia una vita di preghiera che un apostolato della preghiera. La preghiera è il centro ineliminabile della nostra vita e da essa sgorgano una comunità e un ministero autentici» (Cost. 64).

Né Teresa né Giovanni intendevano avere l’ultima parola sulla preghiera ma ciò che scrivono è sicuramente un insegnamento sicuro e questo è riconosciuto dall’intera Chiesa quando sono stati dichiarati Dottori. Al giorno d’oggi, molte persone, le loro anime affamate dal secolarismo dei tempi moderni, stanno cercando Dio. Non lo cercano nei luoghi tradizionali, cioè nelle istituzioni religiose. Il Capitolo Generale del 1995 ha sfidato l’Ordine ad andare fuori verso i nuovi “aeropaghi”, i nuovi posti di incontro del mondo. La ricerca di spiritualità spesso ha luogo in internet. Dobbiamo essere là e altrove con la nostra spiritualità che ha arricchito tante persone negli ottocento anni trascorsi. Soprattutto ciò che importa è che viviamo questa spiritualità noi per primi. Né Teresa né Giovanni conoscevano questo nuovo mondo, ma i loro scritti restano di una modernità sconcertante.

«Il mio Amato: le montagne,

le boscose valli solitarie,

le isole esotiche,

i fiumi rumorosi,

il mormorio delle brezze amorose,

la notte tranquilla

al primo levarsi dell’aurora,

la musica silenziosa,

la solitudine sonora,

la cena che ricrea e innamora» (Cantico Spirituale, str.

 

 Joseph Chalmers, O. Carm. Priore Generale