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STUDENTATO CARMELITANO - Istituto "San Pier Tommaso"
"Ordine
dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo"
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L'omelia di Sua Ecc. Mons.
Lucio Soravito de Franceschi, vescovo di Rovigo durante la
Celebrazione Eucaristica del diaconato di fra Henry Venecia Cerro.
Il
vangelo di questa 31° domenica del tempo ordinario ci presenta un
Gesù diverso dal solito, tutt’altro che benevolo, paziente,
misericordioso. E’ un Gesù contestatore, severo, deciso.
Gli scribi ed i farisei, guide spirituali del
popolo di Israele, hanno intentato un processo silenzioso contro di
lui, prima si trascinarlo davanti alla magistratura ufficiale. Hanno
fatto di tutto per screditarlo di fronte alla gente e per trovare
dei motivi di condanna.
Ma Gesù capovolge la situazione. Da imputato
pronuncia un verdetto implacabile contro i suoi giudici e li
apostrofa severamente chiamandoli ripetutamente “ipocriti”.
Gesù condanna la loro ipocrisia, la loro
bramosia di apparire, la ricerca del primo posto e degli applausi,
la pretesa di impancarsi a padri, a maestri e a giudici degli altri.
Ma soprattutto contesta la loro religiosità solo esteriore, priva di
un rapporto filiale con Dio. Contesta:
-
il loro culto, ridotto a vuoto ritualismo;
-
la loro liturgia, trasformata in cerimonia, che nasconde il
loro vuoto interiore;
-
la loro osservanza delle norme religiose, priva di un vero
rapporto con Dio.
In una parola contesta la loro religione senza
fede.
Già i profeti avevano rimproverato al popolo
d’Israele questa esteriorità farisaica. Il profeta Amos aveva
gridato in nome di Dio: “Io odio le vostre feste e detesto le vostre
assemblee. Anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i
vostri doni, e le vostre vittime neppure le guardo. Via da me tutto
il fracasso dei vostri canti; non sopporto il suono delle vostre
arpe. Piuttosto scorra come acqua il diritto, e la giustizia come un
torrente perenne” (Am 5,21-24).
E noi come viviamo la nostra fede? Che
cristiani siamo? Ci accontentiamo di partecipare di tanto in tanto a
qualche rito, di intervenire a qualche processione, di accendere
qualche candela, e basta? Come esprimiamo la nostra fede nella vita
quotidiana?
Ci meritiamo lo stesso rimprovero che Gesù
rivolge ai farisei:
-
se riceviamo la cresima per tradizione, senza convinzione,
solo perché la ricevono tutti, siamo “ipocriti”, falsi;
-
se battezziamo i figli solo per una consuetudine sociale, per
non essere diversi dagli altri, ma a noi la vita cristiano non
interessa;
-
se andiamo alla Messa solo per adempiere un dovere ma senza
fede;
-
se riduciamo il nostro rapporto con Dio ad alcuni gesti
esteriori e ripetitivi;
-
se ci dichiariamo cristiani e poi viviamo come se Dio non ci
fosse;
-
se pretendiamo che i figli vadano a messa ma noi non ci
andiamo;
-
se riduciamo il nostri impegno civile o politico a un gioco
di interessi privati.
Gesù ci chiede più coerenza; ci chiede di
essere persone tutte d’un pezzo, lineari, senza compromessi; ci
chiede di non essere dei farisei che “dicono e non fanno”.
Ci chiede di dare un’anima alla nostra vita
cristiana. Quest’anima è il rapporto filiale con Dio e il
rapporto fraterno con il prossimo. Ce lo ha ricordato il Vangelo
di domenica scorsa in cui Gesù dice:
1)
Guarda che Dio ti vuole bene sul serio. E allora: Ama
Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le
tue forze; fidati di lui; affidati a lui; ascolta la sua
parola quale essa è veramente, come parola di Dio; ama come ama lui.
2)
Ama il prossimo tuo come te stesso; anzi:
Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. E ancora:
“Chi vuole essere il primo si metta all’ultimo posto; e chi vuole
comandare si metta al servizio di tutti, come il Figlio dell’uomo,
che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua
vita per la salvezza di Tutti”… “Il più grande tra voi sia il
vostro servo”.
Rivolto al diacono
Oggi la parrocchia di Canaro ha la gioia di
celebrare, assieme al sacramento della Cresima, un altro sacramento,
istituito anch’esso per il servizio della comunità ecclesiale: il
sacramento dell’Ordine Sacro. E’ questo un evento di grazia
più unico che raro, per una parrocchia, che allarga ulteriormente
gli orizzonti della vita cristiana.
Tra poco, infatti, dopo la Cresima, ordinerò
diacono il vostro amico colombiano fra Henry, professo
dell’Ordine dei Carmelitani, legato alla vostra parrocchia da lunga
amicizia, favorita dal vostro compaesano padre Lauro, lui pure
carmelitano. Il fratello Henry infatti ha avuto modo di trascorrere
diversi periodi di tempo nella vostra comunità, in questi ultimi
anni, portando la testimonianza della sua vocazione alla vita
consacrata e della sua esperienza di carmelitano. Oggi fra Henry
diventa diacono.
Chi è il diacono? Ce lo dice la parola
stessa; diacono vuol dire servo. La sua istituzione,
secondo un’antica tradizione, risale alle prime comunità cristiane,
quando gli apostoli scelsero “sette uomini di buona reputazione,
pieni di Spirito Santo e di saggezza” (At 6,1-6), perché
assistessero gli orfani e le vedove della comunità. “Il diacono –
disse il papa Giovanni Paolo II di venerata memoria – personifica
Cristo servo del Padre”. Egli è costituito nella Chiesa come “segno
visibile” di Cristo, servo di tutti.
Gesù nell’ultima cena, prima di donare la sua
vita sotto le specie del pane e del vino, si mise a lavare i piedi
ai suoi discepoli. Alla fine disse: “Avete visto ciò che ho fato?
Voi mi chiamate Signore e Maestro, e dite bene, perché lo sono. Ora
se io, Signore e Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete
lavarvi i piedi gli uni gli altri”.
E sempre in quel contesto disse ancora: “Ecco,
io sono in mezzo a voi come colui che serve”. Questa sera Gesù dice
anche a noi: “Mettetevi al servizio gli uni degli altri”.
Ebbene, il diacono è mandato a servire la
comunità ecclesiale, sotto la guida del vescovo con il suo
presbiterio, mediante il servizio della Parola, (“Siamo stati
amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle
proprie creature, così affezionati a voi, che avremmo desiderato
darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché
siete diventati cari”.), l’amministrazione dei sacramenti e la
testimonianza della carità, per far crescere in tutta la comunità e
in tutta la società lo stile del servizio e per costatare la logica
del potere e dell’apparire.
Egli ci ricorda che siamo chiamati a
mettere la nostra vita al servizio gli uni degli altri, per aiutarci
reciprocamente a crescere.
Preghiamo lo Spirito Santo perché rinnovi le
nostre comunità ecclesiali mediante la testimonianza della carità e
il servizio dei diaconi e dei sacerdoti, dei cresimandi e di tanti
cristiani che svolgono nella Chiesa un loro compito: catechisti,
animatori, cantori, volontari della S. Vincenzo o di altre
associazioni, membri del consiglio pastorale.
Carissimo fratello Henry, carissimi
cresimandi, carissimi collaboratori pastorali: fate scoprire a
tutti i fedeli che la vita cristiana non si può vivere stando in
panchina o sulle tribune, come quando si va allo stadio, ma si deve
vivere sul campo di gioco.
Aiutategli a partecipare attivamente e
responsabilmente alla vita e alla missione della comunità ecclesiale
e contagiate Canaro e tutti i paesi in cui vi troverete ad operare
con la logica del servizio.
Mostrate alla società che il mondo di domani
sarà vivibile non se lo costruiamo con la violenza, la prepotenza e
lo sfruttamento, ma se lo edifichiamo con l’amore vicendevole,
l’aiuto reciproco e la solidarietà verso i poveri.
Sua Ecc. Mons.
Lucio Soravito de
Franceschi, vescovo di Rovigo
Canaro (Rovigo)
30 ottobre 2005